Lo Sciarif era un bel giovanotto, dal viso pallido e scarno, colla barba intiera e rada, gli occhi infossati e lucenti, tutto vestito di maglia d'acciaio, su cui era gittato un mantello di lana bianca alla guisa moresca. Una fascia di zendado verde, ravvolta in giro all'elmo acuminato dei cavalieri arabi, diceva chiaramente che egli apparteneva per l'appunto alla discendenza del Profeta e dava la ragione dell'ossequio con cui lo ascoltavano i suoi correligionarii.
Lo stesso Emiro El Heddim, che era, siccome ho già detto, il comandante militare di Cesarea, non gli parlava che a capo chino.
S'incontrarono i due capi all'entrata del castello. L'Emiro aveva in volto le tracce di un alto spavento.
— Siamo perduti! — diss'egli a bassa voce. — Il nemico è penetrato nella seconda cinta. Io venivo in cerca di te, mio signore, per dirti che è tempo....
— Taci! — interruppe lo Sciarif. — Se questo sarà il volere di Dio, andremo, senza mestieri di fuggire come cerbiatti davanti al leone. Non vedi? Porto un ferito con me.
— Un cristiano!
— Un ospite è sempre una benedizione del cielo. —
E senza aspettar la risposta, entrò nell'androne della porta, dove i soldati avevano deposto Arrigo. Il giovane era svenuto, e a tutta prima lo si credette morto. Ma Zeid Ebn Assan, un vecchio arabo, che sapeva di medicina, dopo avergli spruzzato il viso di acqua fresca e fasciata colla sua cintura la fronte, assicurò che il cristiano viveva, e avrebbe, col permesso di Allà, potuto anche reggere ad un nuovo trasporto.
— Hai fatto esplorare il passaggio? — chiese lo Sciarif all'Emiro.
— Si, mio signore; e la cavalcata aspetta negli oliveti di Malca.