Poco stante, la cavalcata si pose in viaggio. Lo Sciarif volse un ultimo sguardo alle mura di Cesarea, donde gli veniva all'orecchio un suono confuso. Erano gli estremi aneliti della resistenza, misti alle grida dei vincitori. Il giovine capo diede un fremito di rabbia, che contrastava in modo singolare colla sua affettuosa sollecitudine pel ferito, e spinse il cavallo al galoppo lungo le rive del Nahr el Acdar, il cui letto inaridito rimontava dalla foce a mezzogiorno di Cesarea fino alle, alture di Hadad Rimmon, ultimi contrafforti del Carmelo, che la cavalcata doveva costeggiare, per giungere a Thaanach, nella pianura di Jesreel.

Il sole volgeva al tramonto e l'aria incominciava ad essere più respirabile. Le ore notturne furono intieramente spese nella marcia. La mite andatura del dromedario e i freschi aliti della notte rendevano meno disagevole il tragitto al povero Arrigo, sospeso tuttavia tra la vita e la morte. Ad ogni fermata, lo Sciarif si accostava al dromedario su cui era accomodato il ferito, in una basterna improvvisata coi mantelli della carovana, e interrogava il vecchio Zeid, che mutava e rimutava in tutte le forme la sua prima risposta «Dio è grande,» aggiungendo ora il clemente, ora il misericordioso, e, a farla breve, la lunga fila di epiteti che il sentimento profondo della divinità ha inspirato agli adoratori del Corano.

Spuntava il mattino e la cavalcata, già superato il valico dei monti, giungeva in vista di Thaanach, rosseggiante tra le palme, ai primi raggi del sole, che appariva in quel punto dalle lontane alture di Gelboà, memorande per la rotta e la morte di Saul, e dietro alle quali si stende la fertile pianura di Zarthan, irrigata dalle bionde acque del Giordano, al suo uscire dal lago di Genezareth.

Lo Sciarif e tutti i compagni suoi smontarono da cavallo, e genuflessi, colla faccia rivolta a mezzogiorno, nella direzione della Mecca, recitarono la loro preghiera mattutina. Dopo di che, si rimisero in marcia per alla volta di Thaanach. Laggiù non essendoci il pericolo di veder giungere Cristiani, lo Sciarif disegnava di lasciare il ferito, affidato alle cure di Zeid e di parecchi tra i suoi più fedeli servitori. Egli intanto, traversata la pianura di Jesreel, sarebbe andato, per la via di Betlem in Galilea, fino alle mura di Acco, l'antico Tolemaide, portatore a quell'Emiro delle tristi novelle di Cesarea.

Era un'altra città, un altro lembo della costa, che cadeva in mano ai guerrieri d'Occidente. Gli Emiri di Soria, padroni delle città marittime in quella confusione che avevano portato le guerre tra i Turchi e gli Arabi, andavano perdendo alla spicciolata i loro piccoli regni.

La comunanza di religione aveva fatto muovere nel 1097 Kerboga, principe di Mosul, con ventotto emiri dell'interno dell'Asia, in soccorso d'Antiochia. Ma lui sconfitto, come già il turco Solimano a Nicea, non restava altra speranza all'Islamismo in Palestina fuorchè l'aiuto del Soldano d'Egitto, o di Babilonia, come dicevasi allora, dando erroneamente questo nome alla città del Cairo.

Per altro, se il califfo fatimita d'Egitto era potente, Gerusalemme, la vera meta del pellegrinaggio armato dei Cristiani, era allora in potere dei Turchi. Sfortunatamente per questi, il retaggio di Malek Scià era disputato da quattro de' suoi figli. E la discordia loro e la debolezza che ne derivava al popolo turco, persuasero al califfo d'Egitto di tentare il ricupero dei possedimenti perduti in Sorìa. Era sul trono il fatimita Abu Cacem Ahmed el Mostala Billah, succeduto nel 1094, lui secondogenito, coll'aiuto del suo visir El Afdhal, al padre Abu Temin Maad el Mostanser Billah. Crudele al segno di far morire per fame il fratello maggiore, Mostala Billah, o Mostalì, come fu chiamato più brevemente, uomo privo d'ingegno e di carattere, lasciò ogni cura di governo ad Afdhal. E fu questi che nel 1098 moveva al conquisto di Tiro e di Gerusalemme, impadronendosi della città santa un anno prima di Goffredo Buglione.

I Fatimiti avevano appena restaurata in Palestina la loro autorità civile e religiosa, quando udirono dei numerosi eserciti cristiani passati d'Europa in Asia. Si allegrarono a tutta prima di assedii e combattimenti che distruggevano la possanza dei Turchi, loro giurati nemici. Ma quei Cristiani medesimi non erano meno avversi al Profeta, e, dopo espugnata Nicea ed Antiochia, dovevano condurre le loro imprese sul Giordano, e chi sa? fors'anco sul Nilo. Il califfo Mostalì, o per lui il suo audace visir, entrò allora in carteggio coi Latini, procurando di averne le grazie, presentandoli di cavalli, di vesti di seta, di vasellami, di borse d'oro e d'argento. Ma fermi stettero i Crociati sul rispondere che, lungi dallo esaminare i diritti di questo o di quello tra i settarii di Maometto, essi avevano ugualmente per nemico l'usurpatore di Gerusalemme, Turco od Arabo, Selgiucide o Fatimita, Ommiade od Abasside, che si fosse. Quindi lo consigliavano di consegnare senz'altri indugi la città santa e la provincia tutta alle armi latine, aggiungendo, non aver egli altra via per serbarsele amiche e sottrarsi alla rovina ond'era minacciato.

Come i Crociati espugnassero Gerusalemme, non voluta restituire da Istikar, il luogotenente del Califfo, l'ho già raccontato ai lettori. Ho accennato altresì come, pochi giorni di poi, Afdhal, non giunto in tempo, per impedire la caduta di Gerusalemme, ma affrettatosi coll'ansietà di trarne vendetta, toccasse una rotta solenne nel piano di Ramnula. Da quel giorno in poi la difesa delle città marittime di Sorìa fu abbandonata agli Emiri, senz'altra speranza di validi aiuti contro il nuovo regno dei Franchi, adeguato in estensione, se non per avventura in numero d'abitanti, agli antichi regni d'Israele e di Giuda.

Restava di poter fare assegnamento su aiuti volontari e parziali. C'era uno dei Fatimiti d'Egitto, che veramente poteva dirsi l'anima di tutte le difese saracine in Sorìa, da Antiochia a Gerusalemme, da Gerusalemme a Cesarea. E costui, giovine valoroso, ma capitano di piccola schiera, non amato dal fratello maggiore Mostalì, che volentieri gli avrebbe inflitto la morte di Nezer, il primogenito dei tre, invidiato dal visir Afdhal, cui premeva di essere solo al comando, nell'uscire dalle vinte mura di Cesarea, non volgeva già i suoi passi all'Egitto, sibbene ad Acco, dove temeva che sarebbero andati a nuova impresa i Crociati di Genova, che egli sapeva per prova i più pericolosi di tutti.