Invero, l'esercito latino si era grandemente scemato di forze e poteva prevedersi il giorno che non bastasse più a mantenere la sua larga conquista. Dei diecimila cavalieri che Goffredo Buglione aveva condotto dall'Occidente, soli mille cinquecento erano giunti sotto le mura di Gerusalemme, e seicento, a mala pena seicento, ne rimanevano in piedi per difendere il nuovo regno di Sion. Undicimila fanti rimanevano col successore di Goffredo, dei diciottomila che questi aveva guidato in Sorìa. Ma se i Latini erano deboli in terra, Genova, colle sue audacie navali, poteva renderli ancora possenti sul mare.
Perciò, temendo dei Genovesi, poco sperando dal fratello e dal suo ambizioso visir, e di nient'altro desideroso che di dare un indirizzo a tutte quelle disgraziate difese degli Emiri di Sorìa, il giovine Sciarif muoveva con pochi cavalieri alla volta di Acco, dopo aver lasciato Arrigo in Thaanach, raccomandato alle cure del vecchio Zeid.
— Bada, — gli disse, accomiatandosi, — la tua vita mi sta mallevadrice della sua.
— Farò il poter mio, non dubitare. Ma se il ferito soccombesse per volere di Allà? — notò il vecchio servitore con voce tremebonda.
— Sarebbe un indizio certo per me che Allà vuole anche la tua testa; — rispose lo Sciarif, aggrottando le ciglia.
Zeid Ebn Assan s'inchinò fino a terra.
— Dio è grande! — diss'egli poscia, abbandonandosi al fatalismo orientale.
Per altro, come lo Sciarif si fu allontanato, il vecchio Zeid non istette ad aspettare i miracoli dal cielo e si adoperò con ogni possa ad assicurare la vita pericolante di Arrigo. La febbre e l'infiammazione furono lungamente ribelli alle sue cure, ma l'arte da un lato e la natura dall'altro gli fecero ottenere l'intento. Zeid giuocava la sua testa, e lavorò colla vigilanza di un uomo che non voleva perderla, tanto nel proprio quanto nel figurato.
Cionondimeno, se la malattia fu lunga, la convalescenza non lo fu meno, e il vecchio Esculapio saracino pensò che il genovese affidato alle sue cure, ricuperando la salute del corpo, non fosse per riavere altrimenti la sanità dello spirito. Per tutto quell'autunno e per l'inverno che seguì, Arrigo da Carmandino visse come un uomo sbalordito, e non aveva più memoria o discernimento di quello che potesse averne un fanciullo. Obbediva macchinalmente ai consigli del medico; stava ad udirlo, ma con aria melensa, come se non cogliesse il senso di ciò che quegli diceva; lo guardava fiso, ma senza intendere chi fosse colui, e come e perchè egli stesso si trovasse nelle sue mani.
Un giorno, il vecchio Zeid, che si era rassegnato ad avere in custodia un povero mentecatto, pure di veder conservata sulle spalle la testa, accompagnava il Carmandino sulla piazza di Thaanach. E già lo aveva fatto sedere al sole, presso una macchia di lentischi, allorquando un fitto polverìo che si levava da tramontana in fondo alla pianura annunziò una cavalcata che si appressava rapidamente. Era lo Sciarif che ritornava da Acco. Il vecchio servitore aveva avuto più volte sue nuove, perchè ad ogni quindici giorni giungeva un suo messaggiero a Thaanach, per domandare della salute di Arrigo e vedere se egli fosse ancora in caso di muoversi dalla sua solitudine.