Quella volta lo Sciarif capitava in persona, non aspettato da Zeid, che lo sapeva tutto intento nelle cose di guerra.
Arrigo da Carmandino stava seduto, come ho detto, all'aperto, bevendo istintivamente i raggi di quel benefico sole. L'ampia ferita, rimarginata da qualche tempo, rosseggiava sulla sua fronte, contrastando vivamente col pallore onde era tuttavia cosparso il suo volto.
Il giovine diede uno sguardo distratto a quello stuolo di cavalieri, senza che il cuore gli battesse più forte, come avviene al guerriero quando vede cosa o persona che gli rammenti la prediletta sua vita. La luce della coscienza stentava a ritornare in quella mente offuscata.
Lo ravvisò da lunge il capo della schiera, e spronato il suo cavallo verso di lui, fu a terra d'un balzo.
— Arrigo da Carmandino, — gli disse, muovendogli incontro col sorriso sul volto, — non mi conoscete voi più? —
Quella voce e quell'aspetto risvegliavano un ricordo lontano e confuso nella mente di Arrigo, che si alzò da sedere, interrogando degli occhi il nuovo venuto, mentre il suo spirito cercava di raccapezzarsi, ma senza pro.
— Bahr Ibn, — ripigliava intanto quell'altro, venendo in aiuto alla sua memoria affievolita. — Bahr Ibn, il Saracino di Antiochia; non lo rammenti già più, valoroso cristiano?
— Ah! — gridò Arrigo, — Antiochia! I Saracini! Bahr Ibn, il mio nemico?....
— Che ti è debitore della sua vita; — aggiunse lo Sciarif. — Come son lieto, o soldato di Cristo, di aver potuto salvare la tua! Siamo pari, adesso. Vedi, rosseggia ancora la mia fronte pel colpo della tua lama gagliarda, come la tua fronte pel colpo toccato nella presa di Cesarea, e che io, pur troppo, non giunsi in tempo a sviare dal tuo capo. —
Così dicendo, Bahr Ibn si toglieva l'elmetto acuminato, mostrando la sua cicatrice ad Arrigo.