Il secondo re di Gerusalemme, che fu Baldovino I, già principe di Edessa, non si trovava certamente, nell'estate del 1102, sopra un letto di rose;
Già dello stato di quel nuovo regno ho fatto un brevissimo cenno ai lettori, ed ora, per l'intelligenza dei casi che rimangono da raccontare, debbo rifarmi da capo.
Goffredo di Buglione, espugnata Gerusalemme e rotti gli Egiziani sulla pianura di Ramnula, aveva appeso alla parete del Santo Sepolcro la bandiera e la spada di Afdhal. I baroni che lo avevano seguito in Palestina, se ne tornavano la più parte alle castella d'Occidente. Tra essi i due Roberti, l'uno, duca di Normandia, l'altro, conte di Fiandra. Abbracciati per l'ultima volta i suoi compagni di fatiche e di gloria, il pio Goffredo li aveva accomiatati, non ritenendo con sè, per difendere la Palestina, che l'italiano Tancredi, con trecento uomini a cavallo e duemila fanti; in tutto tremila uomini o poco più, se si voglia considerare che ogni cavaliere armato in guerra aveva con sè quattro scudieri a cavallo, e questi cinque uomini si contavano per una lancia.
Il fratello Baldovino essendosi assicurato un picciolo regno in Edessa e Boemondo di Taranto un altro in Antiochia, Goffredo di Buglione aveva dovuto accettare la suprema autorità in Gerusalemme; ma non aveva già accettato le insegne e gli onori di re, ricusando, come dice la prefazione delle Assise di Gerusalemme, di porter corosne d'or là ou le roy des roys porta corosne d'épines, e contentandosi in quella vece del modesto titolo di barone e difensore del Santo Sepolcro.
Meno scrupoloso di lui si era addimostrato il Clero latino. Morto nell'ultima peste ad Antiochia il savio Ademaro, gli altri ecclesiastici erano saliti in orgoglio, usurpando le rendite e la giurisdizione del patriarca di Gerusalemme e accusando di scisma e d'eresia i Greci e i Cristiani d'Oriente; per modo che questi ultimi, Melchiti, Giacobiti, Nestoriani, i quali avevano adottato l'uso della lingua araba, oppressi dal ferreo giogo dei loro liberatori, si augurassero la tolleranza dei Califfi Fatimiti.
Damberto, arcivescovo di Pisa, condottiero d'una armata de' suoi concittadini in Sorìa, e molto addentro nei riposti disegni della Corte di Roma, era stato nominato senza contrasto capo temporale e spirituale della chiesa d'Oriente, e da lui Goffredo e Boemondo avevano ricevuto l'investitura dei nuovi possedimenti. Come se ciò non bastasse ancora, una quarta parte di Gerusalemme e d'Antiochia furono assegnate alla Chiesa. Il modesto prelato riserbò a sè ogni diritto casuale sul rimanente, ogni qual volta, o Goffredo morisse privo di figli, o la conquista del Cairo, o di Damasco, gli fruttasse un regno più grande.
Morto Goffredo nel 1100, gli succedette nel regno il fratel Baldovino, sotto cui si vennero espugnando le città della costa, e tra le prime Cesarea, il cui emiro, nostra conoscenza, accusavasi comunemente di aver propinato il veleno a Goffredo in un canestro di frutte, mandategli in dono. Se ciò fosse vero non saprei dirvi. L'emiro El Heddim è fuggito in Acco, ed ha portato il suo segreto con sè.
Ora, se a Baldovino I le armate di Genova, di Venezia e di Pisa, davano gli aiuti necessari per espugnare le città forti della spiaggia, il difetto di stabili milizie terrestri gli toglieva pur troppo di mantenere saldamente le fatte conquiste. Bene erano state trapiantate in Palestina le leggi e le costumanze feudali; ma i sostegni del feudalismo mancavano. Il numero dei vassalli obbligati al servizio militare, nelle tre grandi baronie di Galilea, di Sidone e di Giaffa, superava di poco i seicento cavalieri. Le chiese e le città somministravano intorno a cinquemila sergenti, o fantaccini che si voglia dire. In tutto, le forze militari del nuovo regno ascendevano a undicimila uomini; troppo povera cosa per difendere un reame ancora seminato di rocche in balìa degli emiri, e insidiato a settentrione e a mezzogiorno da Turchi e Saracini.
Si istituirono allora i cavalieri del Tempio e gli ospedalieri di San Giovanni, strana miscela di monachismo e di guerra, che l'ardore di religione fondò e che la ragione di Stato fu sollecita d'approvare. Arricchiti a breve andare per donazioni in gran copia (si conta che ottenessero fino a ventotto mila signorie), i cavalieri del Tempio ebbero modo di assoldare gran gente a piedi e a cavallo. Fu bene e fu male; bene perchè le difese di Palestina si accrebbero; male perchè la prosperità inorgoglì il sodalizio e lo trasse fuori di riga. Ma il bene e il male dei cavalieri del Tempio sono ugualmente fuori dalle ragioni e dai termini della mia storia modesta.
Come il re Baldovino accogliesse i Genovesi ho già detto, a proposito della seconda spedizione fatta da essi. Argomentate dunque come egli ricevesse la terza, nell'anno 1102 dalla fruttifera incarnazione. Constava essa di quaranta galee ed era comandata dai figliuoli dell'Embriaco; coi quali erano cavalieri genovesi in buon dato, parte già illustri per la prima impresa d'Antiochia e Gerusalemme e per la seconda di Assur e di Cesarea, parte nuovi all'appello della croce e infiammati dall'esempio degli altri. Tra i primi era il giovine Caffaro; tra i secondi un gentile scudiero, dai capegli biondi e dal volto angelico.