Che parea Gabriel che dicesse: ave.

Dopo avere preso terra a Giaffa, che era, come sapete, il porto più vicino a Gerusalemme e per conseguenza il suo vero scalo marittimo, i capi della spedizione, cioè a dire i due figli dell'Embriaco, Caffaro di Caschifellone e tutti i loro gentiluomini d'arrembata, si recarono alla città santa, con numeroso corteo, per ossequiare il re Baldovino, amico di Genova, e per sciogliere il voto al Santo Sepolcro.

Colà erano stati già preceduti dal grido delle opere loro. Imperocchè, dovete sapere che i nostri crociati della terza spedizione erano vogliosi di fare come i loro predecessori, e così di passata, rasentando la costa di Sorìa, dal porto di Laodicea verso Tiro, avevano espugnato due città, Accaron e Gibelletto, non senza grande effusione di sangue.

Baldovino andò co' suoi gentiluomini ad incontrare la nobile comitiva fino alla porta di Ebron, detta dagli Arabi Bab el Hallil, e, avuta la lettera dei consoli del comune di Genova, mostrò di farne gran conto.

— Mi è caro, — diss'egli, — che i Genovesi mi amino, e dimostrerò con certe prove quanto io sono ad essi riconoscente. Ho notato quanto valgano in guerra, e vedo ora che i figli non tralignano punto dai padri. La mia amicizia vi è assicurata, messeri; faccia il buon sire Iddio che io possa meritar sempre la vostra. —

Fatte queste nobili parole, l'accorto Baldovino volle i gentiluomini genovesi ospiti suoi nella reggia e usò loro ogni maniera di cortesie. Molto promise ai capi della spedizione, segnatamente se lo avessero aiutato ancora a sottomettere altre città della costa. Tortosa anzitutto gli stava a cuore, per la sua vicinanza ad Antiochia, poi Tripoli e Biblo, detta allora Gibello, da ultimo Tolemaide, e infine quanti scali marittimi erano ancora in balìa degli Emiri, dal golfo di Laiazza fino a quel di Larissa. Egli, in compenso di tanti servigi, avrebbe dato in perpetuo al comune di Genova una contrada nella santa città di Gerusalemme; ed una nello scalo di Giaffa, oltre la terza parte di tutte le entrate marittime dei porti di Assur, di Cesarea ed anco di Tolemaide, quando questa fosse presa dalle armi cristiane. E perchè Baldovino correva molto innanzi cogli ambiziosi disegni, prometteva anche la terza parte delle entrate marittime dell'Egitto, se mai gli accadesse di conquistare il Cairo (Babilonia, come dicevasi allora) mercè l'aiuto di Genova.

Del resto, entrando nella chiesa del Santo Sepolcro, il re Baldovino potè mostrare ai Genovesi qual fosse la sua gratitudine, e non di là da venire, additando loro il grand'arco dell'altar maggiore.

Caffaro di Caschifellone, il cavaliere letterato che ben conoscete, lesse la scritta latina che correva per tutta la curva dell'arco, segnata in lettere d'oro: «Præpotens Genuensium præsidium,» come a dire che la conquista del Santo Sepolcro non avesse più valida protezione che quella dei Genovesi.

Non è a dire come quella cortesia epigrafica piacesse ai figli di San Giorgio il valente. La lode consola, come quella che è un premio alle durate fatiche. Lo ha detto anche il poeta, mettendola di costa coll'amore di patria: Vincit amor patriæ, laudumque immensa cupido.

Baldovino, fatte le sue promesse al comune di Genova, volle mostrarsi liberale con tutti, e profferì partitamente ad ognuno l'opera sua.