CAPITOLO XI. In cui si narra di un astore che si era fatto colomba.

Il biondo scudiero non aveva anche lasciato la sala d'udienza del re di Gerusalemme. Era rimasto là ritto, colle braccia prosciolte sui fianchi, cogli occhi fissi, ma senza guardar nulla davanti a sè, nell'atteggiamento di chi medita, cercando la soluzione d'un dubbio. Era bello, il giovine scudiero, d'una bellezza fin troppo soave e delicata per un uomo. La sua carnagione bianca si era leggermente abbronzata al sole di Palestina, e questo era bene, perchè altrimenti egli sarebbe apparso un po' scolorito. Ma il pallore del suo volto prendea lume da due occhi turchini così profondamente espressivi e da una doppia cascata di capegli biondi così fine e copiosa, che la sua vista non destava certamente pensieri di compassione amorevole, come accade sempre ai cuori bennati, quando s'incontrano in un bel viso che porti le traccie d'un interno dolore. L'armonica leggiadria delle forme, non potuta dissimulare affatto da una lunga tunica a crespe i cui lembi gli giungevano fin oltre al ginocchio, tradiva una rara eleganza, che a Fidia, a Prassitele, e a tanti altri felici adoratori della bellezza, avrebbe strappato un grido di ammirazione e destato in cuore il desiderio che quel biondo garzone fosse da Giove mutato in donna, per offrire il modello al simulacro della più castamente bella tra le sue divine figliuole.

Senza esser Fidia, nè Prassitele, il giovine Caffaro doveva pensare alcun che di simigliante, perchè, essendosi a bello studio ritirato per l'ultimo, come fu sulla soglia, si volse ancora indietro a guardare il biondo e pensoso scudiero.

Il silenzio che si era fatto d'intorno a lui, scosse dalla sua meditazione quest'ultimo. Il suo sguardo, tornato d'improvviso alle cose circostanti, s'incontrò allora in quello di Caffaro.

— Signore di Caschifellone, — disse lo scudiero, facendo un passo verso di lui, — una parola, vi prego. —

Caffaro tremò tutto a quella inattesa chiamata. Sapete già che il suo cuore non era di smalto.

— Che cosa desiderate da me, Carmandino... poichè così volete esser chiamato? — soggiunse egli, con un mesto sorriso.

— E ben fate, messere; — ripigliò lo scudiero; — questo nome ha da essere il mio per elezione, quando non lo sia per altro modo. Ditemi, avete notato l'ardore insolito e nuovo di Gandolfo del Moro?

— Sì, e vi confesso, mad... Carmandino, — riprese subito, correggendosi, il giovine Caffaro, — vi confesso che mi ha colpito di stupore.

— Ah, voi pure?