— Certo, e non poteva essere altrimenti, vedendo lui, così freddo per solito, infiammarsi in quella maniera. Ma già, lo ha detto egli stesso, ogni privato rancore, ogni pena segreta, — e facendo questa giunta alla frase di Gandolfo, il giovine non potè rattenere un sospiro, — deve cessare davanti all'obbligo di soccorrere un prode concittadino, un gentil cavaliere.
— E voi credete, — disse, dopo un istante di pausa, il biondo garzone, — che quelle parole fossero sincere?
— Non so; — rispose Caffaro, sconcertato da quella domanda; — so bene che il mio cuore si è commosso a quelle parole, che rispondevano così giusto a ciò che credo e sento io medesimo. —
Lo scudiero chinò la fronte, confuso.
— So anche un'altra cosa; — soggiunse Caffaro a cui pareva di aver detto un po' troppo.
— Quale? — dimandò lo scudiero, levando le ciglia e interrogando coi suoi grandi occhi azzurri il volto amico di Caffaro.
— Che io pure andrò con Gandolfo del Moro; — rispose questi, con accento deliberato. — Arrigo da Carmandino era il mio compagno d'armi, il più caro che io m'avessi. Insieme, sulla medesima scala siamo saliti, abbiamo afferrato il ciglio delle mura di Cesarea. Il destino ha voluto che io giungessi alla saracinesca, in quel punto che essa si chiudeva dietro a lui; ma certo, se l'obbligo di volgermi indietro, per chiamare i compagni, non mi avesse trattenuto un istante, io sarei penetrato nella seconda cinta con lui, ed avrei corso la sua medesima sorte. Egli è vivo e sano, coll'aiuto del cielo ed io debbo essere dei primi a vederlo. —
Lo scudiero era rimasto intento, palpitante, ad ascoltarlo. Ma, come il giovine Caffaro ebbe finito di parlare, egli si avvicinò, gli prese ambe le mani e le strinse tra le sue, con effusione di affetto fraterno.
— Non sarete solo, messere! — gli disse poscia, mentre Caffaro, fortemente turbato, rispondeva a mala pena a quella stretta amichevole.
— Che dite voi, Carmandino? — chiese questi, come si fu riavuto.