— Io vado là, — rispose il biondo garzone, con accento impresso di solenne mestizia — a pregare sul Calvario, ai piedi del santo sepolcro di Cristo. Vi aspetterò.

— Sta bene, — disse Caffaro inchinandosi, — io rimango in vedetta. —

Lo scudiero si allontanò, dopo avergli fatto colla sua bella mano un cenno d'amorevole addio.

Rimasto solo, il giovane signore di Caschifellone pensò alla novità, o, se meglio vi torna, alla gravità del suo caso. Amava di schietta e salda amicizia il suo concittadino Arrigo, e si era invaghito, senza volerlo, sì, ma perdutamente eziandio, della bella Diana. Come se un simil contrasto non bastasse ancora alla infelicità di un giovinotto, anche più maturo e più sperimentato di lui, Caffaro di Caschifellone era diventato l'uomo in cui la fanciulla degli Embriaci fidasse di più, non esclusi i suoi fratelli medesimi. Convenite che lo stato di Caffaro non era il più lieto di tutti, nè, per conseguenza, il più invidiabile.

Che cosa avrebbe egli fatto? Come sarebbe uscito dal ronco? Se Diana, ritrovato il suo Arrigo, fosse andata sposa a lui, il disgraziato giovane avrebbe chinato la testa alla ferrea necessità, ma non disegnava certamente di rimanere a Genova, spettatore della felicità di Arrigo, del suo ottimo amico. Se Arrigo non fosse tornato tra i suoi, e Diana avesse dovuto prendere il velo, come infatti aveva accennato di voler fare, il nostro Caffaro, disgraziato del pari, non avrebbe già chinato la testa, l'avrebbe perduta senz'altro. E questo si nota per dimostrarvi che, comunque l'andasse, il nostro povero amico si vedeva a mal partito. E guardate disdetta! Gli toccava anche di peggio; gli toccava di essere il confidente, l'aiuto, il protettore di amori che gli passavano il cuore.

I miei lettori lo avranno osservato qualche volta nella vita; ci sono degli uomini a cui vanno di giusta ragione tutti i dolori e tutti i sacrifizi, come rondini al nido. Nessuno si avvede che soffrono; tutti si volgono a loro per consiglio o soccorso e non c'è caso che si avvedano di tormentarli. Eppure, tanto è vero che ogni spino ha il suo fiore, anche qui c'è la sua parte di bene. A quella incudine così assiduamente martellata si temprano i forti caratteri, che poscia domineranno il tempo loro, se la fortuna si ricorda una volta di essi, o alla peggio non ne saranno dominati, se avviene che la cieca dea passi davanti a loro, senza la limosina d'un sorriso. Nell'un caso o nell'altro, costoro sono uomini davvero; e chi sa? forse c'è un libro in cui si tien conto di ciò. E se pure non ci fosse, che importerebbe? La solitaria libertà dell'anima non è essa il primo dei beni e la ricompensa più certa?

Questa è filosofia, e Caffaro di Caschifellone non era anche giunto allo stadio filosofico delle sue mestizie. Per fortuna, ad interrompergli il filo delle tristi meditazioni, uscì Gandolfo dalle stanze del re. Caffaro gli andò incontro, non senza un tal poco di titubanza, bene argomentando che il secondo colloquio non gli avrebbe fatto piacere come il primo.

Gandolfo non lo amava di certo. La rivalità in amore, come in ogni altra ragione di cose, non ha mestieri di vederci chiaro; essa è naturalmente istintiva.

Eppure, Gandolfo del Moro, vedendo il giovane che si spiccava dal suo posto, nel vano d'un finestra, per muovergli incontro, andò sorridendo verso di lui.

— Messere, — diss'egli, — mi aspettavate? Che volete da me?