Al tempo di cui narro, il nuovo tempio non era anche sorto, e la meschina cappella di Daher, il califfo fatimita, era tutto quello che i devoti cristiani potessero avere di meglio, per confortarvi la loro pietà. Per altro, in fondo al piccolo tempio, si vedeva già, incavato nel sasso, il forame sferico nel quale era stata piantata la croce del Nazzareno; a destra e a manca del quale, e formanti un triangolo con esso, i buchi per le croci minori dei due ladroni; dentro al triangolo la fenditura del sasso, cagionata dal tremuoto di cui raccontano gli Evangelii. Nel mezzo del tempio era poi la tomba di Cristo, antro ristretto, scavato nel macigno, secondo l'antico costume dei popoli orientali. Non mancava la cripta, nelle viscere del monte, colla sua tomba di porfido, che dicevasi contenere le ceneri del pontefice Melchisedec, e coll'altra assai più modesta, ma altrettanto più autentica, di Goffredo di Buglione.

Il biondo scudiero, inginocchiato in un angolo, pregava. Davanti a lui, i frati del santuario, gli avevano detto essere il luogo in cui l'angelo aveva annunziato alle Marie la risurrezione del loro dolce Maestro. Ed egli, con lagrime che gli erano spremute dal cuore, supplicava quell'angelo, suo fratello all'aspetto, che si degnasse di guidare Arrigo, di restituirlo ai suoi cari, come l'angelo Raffaele aveva ricondotto l'adolescente Tobia.

Il rumore dei passi e lo strepito delle armature tolse dal suo raccoglimento il giovane scudiero. Si volse allora, e, veduti i due che aspettava, si alzò per muovere incontro a loro.

— Grazie, messere; — diss'egli a Gandolfo; — avevo qualche cosa a dirvi, per cui bisognava un luogo più solitario e un'ora più tranquilla. —

Gandolfo del Moro s'inchinò, ma senza rispondere parola. Egli era profondamente turbato.

Lo scudiero uscì dalla cappella, per una postierla che era accanto all'altare, e i due cavalieri lo seguirono all'aperto.

Il dorso del monte era scabroso e frastagliato; qua e là si vedevano larghe fenditure nel masso, non intieramente colmate dalla polvere e dal terriccio di undici secoli, poco lunge, muti testimoni dell'accorgimento romano, stavano i ruderi d'un tempio a Venere, e tra gli architravi caduti, i capitelli infranti, le colonne rovesciate, crescevano le eriche e i tamarischi, inconsapevoli eleganze che la natura frammette alle rovine per temperarne l'orrore.

Colà, presso l'attico di una colonna, che era rimasta in piedi e gettava un po' d'ombra sul campo, lo scudiero si fermò, e Gandolfo che lo seguiva, del pari.

Caffaro aveva capito che la parte essenziale della conversazione doveva restringersi a quei due, e, quantunque fosse invitato egli pure ad assistervi, si trattenne alcuni passi indietro, facendo le viste di osservare una iscrizione latina, che correva lungo un pezzo di architrave, e di cogliere un ramo di quelle eriche tutte gremite di fiori.

Lo scudiero non parve badare a quella fermata. Egli del resto poteva vedere, come spesso accade di vedere senza bisogno di guardare, il suo amico Caffaro di Caschifellone, intento a curiosare fra le rovine, a dieci passi dai suoi compagni. E si rivolse intanto a Gandolfo del Moro, che stava cogli occhi bassi davanti a lui.