Molti dei miei lettori benevoli non conosceranno la città di Gaza che per un fatto, strano in verità, ma non sufficiente a dare un adeguato concetto della sua importanza topografica, voglio dire l'impresa di Sansone, che, colto una notte là dentro dai Filistei, i quali avevano chiuse le porte, diè di piglio alle imposte, le sollevò, insieme colla sbarra e le portò in ispalla, come se fossero il più lieve fascio di legna, sulla vetta del monte che è dirimpetto ad Ebron.
Gaza, la forte (poichè questo significa il suo nome nella lingua aramea), fu una delle più ragguardevoli città di Palestina, sul confine meridionale dei Cananei. Formava parte della tribù di Giuda, ma era caduta in potere de' Filistei, che la tennero fino ai tempi di Ezechia. La città era lontana venti stadii (oggi si direbbe tremila seicento metri) dalla spiaggia del mare, edificata sopra una eminenza di terreno e rafforzata da un muro massiccio, che sfidò lunga pezza le armi fortunate e i poderosi ingegni di Alessandro il Macedone. È vero bensì che Gaza la forte pagò i suoi quattro mesi di resistenza con una carneficina universale.
Tolomeo l'ebbe senza contrasto, ma dopo aver vinto Demetrio in battaglia, sotto le sue mura, uccidendogli cinquemila uomini e facendone prigioni ottomila. Antioco il Grande la distrusse, perchè stata fedele a Tolomeo Filopatore. Risorse poco dopo, e al tempo dei Maccabei resisteva virilmente all'assedio postole da Gionatan. Simone III, più fortunato, se ne impadronì, mise a fil di spada gli abitanti idolatri e ne rifece una città giudea.
Distrutta una seconda volta, e da Alessandro Janneo, che l'ebbe a tradimento dopo dodici mesi d'assedio e le uccise in un giorno di vendetta tutti i suoi cinquecento senatori, fu riedificata da Gabinio, proconsole romano nella Siria, e da Augusto donata, come una città greca, ad Erode. A vicenda cananea, giudea, filistea, greca, romana, Gaza la forte diventò mussulmana come tante altre sue sorelle di Palestina, ma restò fiera come prima per le sue mura saldamente girate intorno al colle, e per la sua Maiuma, o porto di mare, importantissimo scalo, quantunque di assai difficile approdo.
Al tempo di cui vi narro, la teneva l'emiro Mohammed el Kaddur, pel califfo fatimita d'Egitto, o più veramente pel suo visir Afdhal, e più ancora per sè, destreggiandosi come poteva tra i maneggi di Baldovino, i comandi di Afdhal e le tentazioni di Bahr Ibn.
L'arrivo della Caffara nella Maiuma di Gaza aveva insospettito l'emiro, che si recò immantinente verso la spiaggia con un fitto stuolo de' suoi cavalieri. Ma veduto di che si trattasse e letto il cortese messaggio di Baldovino, fu lieto che si offrisse una occasione così poco costosa di mostrare la sua benevolenza al re di Gerusalemme; e, fatte le più amorevoli accoglienze ai viaggiatori, diede loro una scorta, per andare, come disegnavano di fare, fino al deserto di Cades.
Colà infatti dicevano tutti che si trovasse Bahr Ibn, coi suoi seguaci, in troppo scarso numero per tentare da capo una spedizione in Egitto.
Lo scudiero, come potete argomentare, voleva seguire i suoi compagni di viaggio nella malagevole impresa. Caffaro di Caschifellone non avrebbe amato che la giovinezza di lui si cimentasse in quella fatica, e, peggio ancora, nei pericoli ond'era circondata. Almeno si fosse saputo con certezza in qual luogo era, e se stabilmente piantato, il protettore di Arrigo!
Nel dubbio, e perchè l'emiro Mohammed assicurava esser libera dai predoni tutta la pianura di Sèfela, fu convenuto che la carovana sarebbe andata fino al pozzo di Rehobot, donde poi solamente alcuni più destri e animosi si sarebbero spinti innanzi, verso le gole di Cades.
La sera stessa di quel giorno che i nostri viaggiatori erano entrati in Gaza, la carovana si pose in cammino verso il deserto.