Ripiglio il racconto, lasciato ieri in tronco per cagione di queste povere dita. Pilade era rimasto sbalordito, o fingeva. Sì, credo proprio che fingesse. Quello è un ragazzo che non si sbigottisce di nulla, e fa qualche volta il minchione per non pagar gabella; ma è un furbo trincato. Egli dunque stette un poco sopra di sè, a bocca aperta, come un vero baggeo; poi disse:

—Che discorsi son questi?

—Discorsi da matti;—risposi io.

—E noi siamo due matti;—rincalzò Filippo.—Che ci vuoi fare?

—Scusino;—riprese Pilade, ammiccando;—ma allora… L'ho a dire?

—Parla; hai libertà di parola.

—Allora… perchè non vanno al manicomio?

—Perchè…—risposi io, sconcertato.—Perchè i matti non ci vanno mai colle lor gambe. E tu assisti frattanto al nostro duello.

—Duello!—esclamò Pilade, facendo bocca da ridere, da quello scimunito che voleva parere.—Con quelle spade?

—E con che? con un par di stecchini?