—E il signor Ferri, come sta?

—Discretamente, dal canto suo.

—Mi par di ricordare che n'avesse toccato una in testa anche lui.

—Dica pure due, con lacerazione cutanea, e non contiamo le ammaccature. Ma non c'è niente di grave. Il suo amico si duole assai più d'un colpo al ginocchio; dice, anzi, che non è stato di buona guerra.

—Ed io, dottore? Che cosa dovrei dir io, che non posso muover le gambe, tanto le ho peste?

—Oh, gliel'ho detto, non dubiti, ed ha dovuto convenire di aver torto. Son colpi alla testa, ha osservato lui molto giudiziosamente, colpi alla testa, ma che non hanno trovato il bersaglio, e son calati giù a battere dove hanno potuto. Ma che pazzie, signori miei belli, che pazzie!

—Ha ragione, dottore; ma almeno ci siamo sfogati. S'era fatta una scommessa; ci eravamo dette delle male parole; capirà….

—Capisco, sì, capisco che hanno la gioventù nel sangue; ed anche, aiutando il caldo della stagione, sono montati in furore. Ma non lo facciano più; è insalubre.—

Ci son voluti dieci giorni a rimettermi in gambe, quanto bastava per scender da letto. Filippo è venuto al settimo giorno in camera mia. Evidentemente io ho avuta la peggio, se egli ha potuto alzarsi tre giorni prima di me. Ma io, con una lacerazione al cuoio capelluto, non ho segni in faccia; egli porta uno sfregio alla guancia destra, fra l'orecchio e lo zigomo, con una sfumatura di livido. Deve essere stata una brutta legnata, e ne porterà per un po' di tempo l'insegna.

Gli ho offerta la mano, ed egli l'ha stretta, ma subito pentendosi d'aver fatto troppo forte. Infatti, mi ha veduto torcer le labbra, per trattenere un grido di dolore. Queste povere dita, ancor oggi mi dolgono, e fanno molto a tenere la penna. Il mio scritto è raspatura di gallina.