La Griselda ha molto divertito il buon popolo di Corsenna, ed anche in certi punti lo ha commosso. Non così la colonia dei villeggianti, a cui pare, e giustamente, che il patetico non faccia buona prova, con le teste di legno. Del resto, non potendo far dire delle cosacce al suo Fasolino, il povero burattinaio ha perso la metà dei suoi effetti di chiaroscuro. Che importa? Ha fatto un maggior effetto, non mandando in giro la moglie col piattellino di stagno. "Che novità è mai questa?" si domanda nei posti distinti. È forse ammalata, la povera donna? Ed io che avevo i miei soldi qui pronti! ed io! ed io! Vuol rinunziare ad una bella somma, il brav'uomo!"
A un certo punto cresce l'effetto, è sbalorditoio senz'altro. Si presenta Fasolino alla ribalta, a sipario calato, fra il quarto e il quint'atto del dramma, e così prende a parlare, agitando in aria un matterello più grosso della sua testa e lungo quattro volte la sua smilza persona:
—Colto e rispettabile pubblico, inclita guarnigione, cari ed amati ragazzi, speranze di Corsenna, a v'salut…. sì dico, vi saluto. Ora si darà l'ultimo atto della Griselda di Saluzzo; che, come avete ben capito, è opera di un astore eminente, dello Schiacciaspie, niente di meno; e se non pernunzio bene il suvo riverito nome, pensate che sono un povero diavolo senza ostruzione, e l'inglese lo parlo, ma non lo intendo. Dopo questa produzione dell'immortale Scappavia si farà la farsa, e ve lo dico perchè non scappiate voi altri; farsa tutta da ridere, tanto che ve ne piangeranno gli occhi, come si è degnato di dire un grande astore di mia conoscenza auricolare. Fasolino, che sono poi me, sarà in guerra coi ladri assissini e poi colla giustizia, con trionfo finale dell'innocente, che sono poi sempre me. E questo sia per saluto di ringraziamento a questa nobilissima città di Corsenna, alla quale si leva l'incomodo questa notte, per viaggiare da gran signori, col fresco. Rappresentazione tutta a gratis…. Ma non si grattino, quei ragazzi laggiù, perchè a n'sta mia bein, sì dico, non sta bene in società, alla presenza di un inlustre personaggio, al quale faccio tanti rispetti, e viva sempre la sua bella fazza, sì dico, la suva degna persona, che ha tanto buon cuore per i poveri diavoli traditi dall'infame destino. Io non ero nato, credetelo, per viver così, mendicando la vita a frutto a frutto nelle campagne, e restando senza frutti quando è la cattiva stagione. Sono figlio di gran signori, caduti in miseria per causa della loro generosità, che loro a chi davano e a chi imprestavano, e quando imprestavano, mi capite, non riavevano più la testa d'un baiocco. I miei antenati erano padroni di Ravenna; avevano un palazzo in città ed un castello fuori, chiamato, per l'abbondanza della grazia di Dio, il castello di Polenta. Ora, come vedete, non conservo più che il mestone. Col quale a v'salut. Macchinista, su il sipario, e risplenda la reggia di Saluzzo agli occhi dell'attonito riguardante. Ci abbiamo speso un capitale.—
Il colto pubblico sghignazza; l'inclita guarnigione, assente com'è, non può partecipare a tanta allegrezza. Io, sentendo l'accenno all'inlustre personaggio, son rimasto un po' male. Ma un gomito sinistro sfiora gentilmente il mio gomito destro. Divina fanciulla, se tu l'hai fatto apposta, sii benedetta; e concedimi il bis.
—Chi sarà mai questo personaggio che paga per tutti?—domanda la contessa Quarneri.
—Eh, s'indovina;—risponde la signora Berti.—Terenzio Spazzòli.—
A lui si rivolgono tutti, con cenni di complimento. Terenzio Spazzòli sorride, come Buci, senza schiudere i denti. Ah briccone! Ma sia come ti pare; io non ho bisogno delle mie penne; vèstitene pure, cornacchia.
Questa sera, finita la rappresentazione, e mentre si ride ancora delle legnate con cui Fasolino ha accoppato i ladri assissini, la vecchia manutengola, l'usciere che va a citarlo, i gendarmi che vanno ad arrestarlo, i giudici che vorrebbero condannarlo, la signorina Wilson mi ha detto:
—Come sono stata felice! E come è delicato, Lei, signor Morelli! Scommetto che per esser tale del tutto, ha dato questa sera due scudi, non uno.
—È vero, signorina; ma sa Lei perchè?