—Non mi par difficile intenderlo: per riparare alla mancanza sua d'ieri sera.
—No, s'inganna. Posso aver mancato verso le signore, rimanendo a casa; quantunque, a dire la verità, poteva trattenermi benissimo il pensiero di essere importuno. Ma al burattinaio non ero debitore di nulla. Fu dunque, e La prego di crederlo, per un'altra ragione.
—Quale?
—Indovini.
—Non ci arrivo. Me la voglia dir Lei.
—Non posso. È una ragione che se uno non la indovina, l'altro non la può dire.
—Ebbene, proviamo;—diss'ella, dopo un istante di pausa.—Lei ha dato due scudi, per associar qualcheduno…. via, diciamo pure il nome…. per associar Buci alla sua opera buona.
—Buci, veramente….—mormorai.—Ma sia; diciamo pur Buci; tanto egli non avrà da saperne nulla; e zitti…. e buci.—
Birichina! come ha saputo accoccarmi anche questa! Ma è una mela fragrante, dopo tutto, non una palla di guttaperca. Queste sono oramai per te, divo Terenzio Spazzòli. "Buono, quello! buono, quello!" e portalo a casa.
Ho scritto tutto? Rileggo, e mi pare che ce ne sia d'avanzo. Non si direbbe, infatti, che sono innamorato? Eh via, questo poi no. Galatea è una graziosa ninfa, piacevole a quel dio, e sarebbe un'ottima compagna per un lungo viaggio. Ma non a te, vecchio barbone che sei. Godi da saggio epicureo il tuo sorriso di gioventù, il tuo granellino di dolce follìa; ma guai a fartene un albero! Capisco, finalmente, che certe ubbriacature passano presto. Son come lo Sciampagna, queste care figliuole: un po' di spuma, e buona notte. Domani sarà di giorno.