Lorenzo non s'era addato di nulla; passeggiando su e giù per la camera, egli andava in quella vece dicendo a sè stesso:
—Buona fanciulla! Ella s'illude sempre di liete fantasie! E perchè dovrei io beffarmi delle sue illusioni? Forse non ne ho avute io pure di grandissime, l'ambizione, l'amore?… Oh, chi mi terrà conto di quello che soffro, di quello che rispingo a fatica e seppellisco nel profondo del cuore? Ella non si strugge de' miei desiderii smodati e fatali; ella non ama nessuno. Beata lei! L'amore è la suprema dannazione degli sciagurati. Non basta a questa vilissima creta aver fame, pugnare con tutte le necessità quotidiane della vita; bisogna pure che essa ami! L'amore! Che cos'è l'amore? La poesia dei sensi! Arnese di gala! Ma s'ha a farla finita; s'ha a mettervi rimedio, perdio!…
—Lorenzo!—disse finalmente Maria, con piglio amorevole;—che fate voi ora? Non vi perdete di animo in questo modo! Il vostro dramma sarà applaudito….
—Applaudito! Sì, sta bene;—rispose Lorenzo, ricondotto al suo primo pensiero;—ma oro ci vuole! Qui, dinanzi al mio tavolino, avevo bisogno di fede e di speranza, perchè si trasfondessero nell'opera mia e vi soffiassero dentro l'alito della vita. Ora il mio manoscritto è finito e suggellato, e mi occorre ben altro. Ma perchè sto io qui a rattristarvi colle mie malinconie? Me ne andrò, perdonatemi, buona sorella!…
—Sì, andate, Lorenzo. Un po' d'aria vi leverà dal capo tanti brutti pensieri. Andate a salutare l'Assereto; ieri è venuto a cercarvi, e si lagna di non avervi più veduto da tre giorni.
—È vero; sono proprio un orso, come voi mi chiamate qualche volta. Andrò a cercarlo a' Banchi. Povero amico! Anch'egli ci ha le sue, di molestie, e trova sempre il buon umore per consolare i compagni.—
Poco stante, Lorenzo usci, e dopo Lorenzo uscì Michele, per andare col manoscritto al banco delle Messaggerie. Nè l'uno, nè l'altro, scendendo le scale, badarono all'uscio del secondo piano, che era socchiuso, e a due occhi che li avevano spiati da quella breve apertura. Erano gli occhi scerpellini del nostro Don Giovanni da dozzina, del biondo Arturo Ceretti, il quale stava aspettando la partenza del Salvani, per correr su dalla bella Maria.
Quel giorno poi gli cascava addirittura il cacio sui maccheroni. Lorenzo usciva, e gli teneva dietro il servitore. La fanciulla era dunque sola, solissima, e il nostro Arturo poteva spiattellarle l'animo suo.
Corse allo specchio; si ravviò i capegli, si affilettò i baffi, si acconciò per bene le pieghe della cravatta, e, sicuro del fatto suo, infilò speditamente le quattro scale che c'erano tra i suoi penati ed il quartierino dell'ultimo piano. Giunto lassù, tirò discretamente la corda del campanello. La fanciulla venne ad aprir l'uscio, e vedendo il padrone della casa, fece un gesto d'ingrata meraviglia, che a lui non doveva riuscir nuovo, poichè non ebbe aria di addarsene.
—Signora Maria!—balbettò egli.—Domando mille perdoni….