E con una spinta gagliarda lo sbalestrò contro la parete. Poi, incrociando le braccia sul petto, ripetè:
—In ginocchio, mascalzone! In ginocchio!
—Io?—gridò il Ceretti, a cui la recuperata libertà e la rabbia profonda facevano credere che avrebbe potuto lottare con quell'uomo.—Io inginocchiarmi?…—
E inarcando le spalle come una tigre, si scagliò contro il suo avversario.
Ma Michele sapeva il fatto suo. Un veterano di America, marinaio e soldato, non aveva a lasciarsi sopraffare da quel bellimbusto del Ceretti. Innanzi che questi si fosse avventato, una improvvisa e maestra pedata lo colse a mezzo lo stomaco; di guisa che, dopo aver barcollato un tratto, andò a ruzzolare da capo sul pavimento.
Michele era sempre ritto al suo posto, con le braccia incrociate sul petto, come Napoleone il grande.
Il Ceretti quella volta non tornò all'assalto. Aveva avuto il suo resto; tutto indolenzito e pesto com'era, non aveva più forza di muoversi.
—Michele!—disse allora la fanciulla con aria di rimprovero al domestico,—avete fatto assai male.
—Male, io, padroncina? La non m'entra. Ho dunque a sentirle dire delle impertinenze e star cheto? Delle impertinenze alla signorina Maria! Ah cane! ah briccone! ah villano rifatto!…—
E giù una dozzina di questi epiteti. Come ebbe snocciolato la sua coroncina, proseguì, volgendo il discorso a Maria: