Il cuore gli si strinse, quando vide Matilde, saltar leggiera e contenta dallo smontatoio sulla soglia del portico; gli occhi mandarono lampi, quando scorse l'Alerami.
—Domani;—borbottò egli tra sè.—Domani, se non siete un codardo….—
Matilde era sparita col marchese De' Carli, e Lorenzo vide ancora la vecchia gentildonna che le teneva dietro, appoggiata al braccio del conte palatino.
Su per le scale marmoree del palazzo Vivaldi era una luce vivissima. Numerosi servi in livrea e guanti bianchi stavano nella sala d'ingresso, che era pittorescamente ornata di fiori e piante tropicali, come le stufe dei nostri giardini.
Di là s'entrava in una fila di sale stupende, le quali giravano tutto intorno il piano nobile del palazzo, ricche delle tele, degli affreschi e degli ornati dei più famosi artisti.
Quelle sale, giusta l'antico costume dei signori italiani, portavano il nome delle divinità pagane che la fantasia del pittore aveva effigiate nella volta. Epperò in quella sontuosa dimora dei Vivaldi si notava il salotto di Cerere, dell'Aurora, di Diana, delle Muse e di Flora; divinità tutte rappresentate in altrettanti medaglioni a buon fresco, e accompagnate dai loro emblemi; storie particolari e scene simboliche negli altri scompartimenti e lunetti della sala.
Per tal modo gl'intendenti di cose artistiche potevano ammirare le opere del Semino, del Carlone, del Tavarone e d'altri buoni frescanti della scuola genovese, le quadrature dell'Adrovandini, le prospettive degli Haffner, e gli ornati recenti condotti con finissimo gusto e accortamente disposati alle antiche dipinture dal nostro valoroso Michele Canzio.
Che diremo noi delle tele d'ogni misura, le quali arricchivano quelle magnifiche sale? Erano dipinti del Caracci, dell'Albano e del Rubens, battaglie del Bourguignon e di Salvator Rosa, madonne del Dolci, ritratti di Tiziano, di Paris Bordone e del Vandyck. In un salottino, che era il pensatoio della marchesa Ginevra (diciamo italianamente pensatoio il francese __boudoir__, che ha una etimologia meno cortese) regnava solitaria ma splendida una Danae di Guido Reni, la quale aspettava la pioggia d'oro, e faceva sospirare tutti coloro che non si sentivano da tanto di contenderla a Giove. Alla luce dei doppieri i capegli d'oro e gli occhi desiosi della bella prigioniera sfavillavano; il molleggiare delle carni dava immagine di donna viva, e quella bianca cortina che di consueto nascondeva il quadro, tirata discretamente sui lati, faceva credere al riguardante che egli fosse davvero il furtivo testimone dei voluttuosi segreti di un'alcova pagana.
Le modanature d'oro, gli affreschi, gli ornati, le tele, gli arazzi antichi, insuperbivano le sale del palazzo Vivaldi, e tanto più degnamente in quanto che la luce, in ogni parte profusa, faceva risplendere ogni cosa in apparenza di freschezza e di novità. Le grandi masserizie mirabilmente intagliate e indorate con recente accuratezza, le tavole incrostate di marmi preziosi, i velluti di Utrecht orlati di frange e nappe d'oro, i damaschi azzurrini, rossi e gialli, i tappeti storiati, le larghe cortine rabescate, tutto attestava l'opera dei secoli più largamente magnifici; e tutto del pari era fresco, rilucente, sfolgoreggiante, come se tutti gli artefici che avevano arricchito il palazzo Vivaldi delle opere loro, avessero dato l'ultima mano ad ogni cosa il giorno innanzi la festa.
Mirabile su tutti gli altri era il salone di Flora, dove si facevano le danze. Quel salone che, se i lettori rammentano, non si illuminava se non nelle grandi occasioni, risplendeva per le opere di Pierin del Vaga, discepolo di Raffaello, che vi aveva fatto prova del suo mirabile ingegno, lavorando la volta con la vivezza de' suoi colori e adornando in tal guisa le pareti, da sbandire anticipatamente i profani arazzi di seta e di carta felpata, i quali fanno testimonianza del lusso gretto e piccino dei tempi nostri.