Erano poi notevoli nei quattro angoli del salone quattro fauni del Montorsoli, stupende statue sul fare michelangiolesco, che sostenevano canestri di fiori e candelabri. Su questi erano piantati in gran numero i torchietti di cera che aggiungevano la loro luce a quella di un grande lampadario sospeso nel mezzo, e scintillavano, non sappiamo bene quante volte, nei molteplici riflessi de' grandi specchi che pendevano dalle pareti. I canestri poi erano colmi di fiori freschi, che parevano raccolti alla rinfusa ed erano in quella vece le più accorte mescolanze immaginate dalla più sapiente tra tutte le sacerdotesse di Flora che mai profumasse della sua variopinta merce un portone della via Nuova o della via Carlo Felice.
Ma a gran pezza più splendide dei doppieri, e più belle dei fiori, erano le gentildonne genovesi, che portano il vanto della bellezza su tutte le donne del mondo (ogni scrittore o cortigiano d'altro paese potrà dire lo stesso di casa sua, che noi non ce ne recheremo più che tanto) e che, vestite in gala, ornate di perle, luccicanti di gemme e diamanti, apparivano stelle di prima e di seconda grandezza nell'azzurro del cielo, o Dee dell'Olimpo, che torna lo stesso per chiunque ricordi l'origine astronomica di tante umane idolatrie.
Mollemente adagiata su d'un ampio sofà, coperto di velluto verde scuro, stava la bella Usodimare, il cui nome non si usava mai scompagnare dall'epiteto, per modo che quest'ultimo era diventato necessario a far capire che si parlava di lei. Sebbene la marchesa Giovanna Usodimare avesse già contate le sue trentasei primavere, appariva pur sempre giovane, e non cedeva la palma ad altre parecchie di più recente splendidezza. Il naso, superbamente fermato senza incavatura al basso della fronte, la faceva rassomigliare alla Venere di Milo, della quale ci aveva pure la bocca disdegnosa e i capelli increspati: ma un diadema di conchiglie mezzo nascosto nelle ciocche rivoltate alla foggia greca verso le tempia, e un vezzo di perle che rompeva i magnifici contorni delle spalle ignude, ricordavano più agevolmente Anfitrite, la regina del mare. Perciò voi potete giurare, o lettori, che il marchese Onofrio De' Carli, da quell'ostinato cultore del madrigale ch'egli era, non tralasciasse l'occasione di bisticciare tra la dea del mare e il casato della marchesa, e di paragonare i cavalieri che la ci aveva dintorno ad altrettanti Tritoni, sebbene non facessero tanto sprazzo di schiuma com'egli, quando gonfiava le gote.
Nè meno risplendeva per eleganza di forme la sua parente Erminia Lercari, sebbene la bellezza di costei derivasse da un tipo al tutto diverso. Era una svelta ed aggraziata persona, con una testolina che avrebbe potuto servir di modello al Canova, tanto ne erano fini e delicati i lineamenti. Ma se il Canova era morto, viveva il Dupré, che nel busto della marchesa Erminia aveva saputo dar vita ad un vero capolavoro, quantunque il marmo non avesse potuto ritrarre tutta la profonda virtù di quegli occhi, che parevano metter scintille. Certe movenze del capo e della mano asciutta e sottile, accennavano una donna d'animo forte, nata per comandare altrui. Ma quanto più robusta era la tempera, tanto più era fine; e perchè il gusto era eletto, cortese il pensamento, il comando riusciva dolcissimo, come quello che si volgeva sempre alle cose buone e gentili. La Lercari era colta e studiosa, e cotesto appariva facilmente, senza che ella pure il volesse, in una società come la nostra, dove le donne di consueto sono così poco addestrate nelle severe discipline, e gli uomini (diciamolo a nostra vergogna) anche meno. Però si sarebbe potuta paragonare a Minerva, come cento e dugento anni innanzi una di quelle mogli di dogi e senatori, le quali dettavano versi e prose, disputavano coi dotti, ed erano del pari ottime madri di famiglia, savie e cortesi matrone, che con la schietta bontà dei modi temperavano l'alterezza dei loro accigliati mariti.
Chi di noi vorrebbe oggi tornare a quei tempi in cui il popolo era servo, o poco meno, di quelli ottimati, e la repubblica stessa altro non era che un cadavere coperto di seta? E tuttavia que' tempi si ricordano con affetto, la mercè di quelle belle e colte marchesane che il pennello del Vandyck ha tramandate alla nostra ammirazione, buone e pietose, con tutta la durezza che conferiva ai loro volti la gorgieretta insaldata a cannoncini e il taglio delle vesti spagnuole. Non altrimenti le Corti di amore, i colori della dama valorosamente portati in Palestina e l'ambito premio del torneo, ci rappattumano colle feroci memorie del Medio Evo. __Quid foemina possit….__
Ma torniamo alle nostre gentildonne in casa Torre Vivaldi. La signora Maddalena Torralba era anche essa degna di ammirazione, per quei suoi grandi occhi azzurrognoli, per le carni del color del latte, per la soavità del volto. Era una di quelle donne che si dicono molto acconciamente impastate di bontà, tutta dolci pensieri significati con dolci parole da una voce melodiosa, sebbene un tal po' gutturale. Un cercatore di contrasti, ne avrebbe trovato uno bello e fatto, considerando la Torralba, seduta accanto all'amica sua, la Fulvia Cassana, che era la marchesa più bruna di Genova, che aveva gli occhi e le sopracciglia di un'Andalusa, e le fattezze e il portamento di un'antica Romana.
Un viso di Erigone, poichè siamo a capo fitto nei paragoni, era quello della marchesa Giulia Monterosso, dalle labbra tumide e coralline, dalle guance vivide come le pesche duràcine (lettori, per carità, non vi salti il grillo di mordere!) e dagli sguardi accesi che avrebbero rimescolato il sangue nelle vene al più tranquillo anacoreta della Tebaide.
—Tutte marchesane? null'altro che marchesane?—Sissignori; non è colpa nostra, se nella festa da ballo dei Torre Vivaldi ce n'erano tante, le quali portassero il pregio di un tocco in penna. E si noti che ne lasciamo nel dimenticatoio parecchie, le quali ci vorranno un mal di morte, perchè non abbiamo tessuto loro uno zinzino di panegirico.
Ma v'erano anche le signore senza corona, quelle tali che, come abbiamo detto, portavano alteramente i loro trentasei quarti di bellezza, e non li avrebbero barattati con altrettanti di nobiltà.
Tra queste era allora donna e madonna la Enrichetta Corani, il cui sguardo derivava tanta efficacia da certi occhi d'indaco, mezzo nascosti da lunghe ciglia. Era alta della persona, e non fu mai più acconcio il dire __collo di cigno__, che pel collo svelto e morbido della signora Enrichetta. Il colorito non aveva nè bianco, nè rosso, nè pallido, sibbene opalino, se ci è consentito di foggiare ad epiteto il colore bianco azzurrognolo latteo senza lucentezza di quella pietra che chiamano opale; colorito che sanno indovinare i grandi pittori, e per cui sovente i grami non fanno altro che impiastrare inutilmente la tela.