—Andiamo!—disse malinconicamente la signora Maddalena, a cui pareva che Aloise di Montalto meritasse un po' più di compassione.

Quando le due amiche tornarono nel salone di Flora, la prima parte delle danze era finita, e Ginevra, prendendo il braccio del più ragguardevole tra tutti i suoi convitati, diede il segno di entrare nella credenza, dov'era imbandita la cena.

È un assai brutto momento, quel della cena, in una festa da ballo. E sebbene molti non converranno in questa sentenza, a noi non mette conto mutarla, poichè ella piacerà di sicuro a quanti non pensano col ventre.

Brutta cosa, perbacco, il vedere tutte quelle dame graziose, che erano pur dianzi così leggiere, e stiamo per dir così diafane nel vortice della danza, sedute a mensa, che mangiano come uno sciame di cavallette! I Greci di Omero, i quali pur brancicavano con le mani i quarti di vitello arrostiti sullo schidione, immaginavano il nettare e l'ambrosia, per non guastare colla grossolana copia del cibo il degno concetto che avevano degli Dei d'Olimpo. Ora le nostre Giunoni non si peritano di farsi scorgere con un'ala di fagiano ai denti; le Ciprigne sbocconcellano alla lesta i pasticcini e li inaffiano col vin di Bordò. E gli uomini? Appaiono forse meno sgraziati? Guardateli, que' teneri Adoni, che testè saettavano le languide occhiate e si struggevano in lunghi sospiri. Costoro si appigliano alle bottiglie, fanno man bassa su d'ogni cosa, brodo ristretto, selvaggina, salse, savori, tartufi, ostriche, canditi, e va dicendo; non la perdonano nè a prime mense, nè a seconde, nè a tornagusti d'antipasto, nè ad intramessi di pospasto; pregiano egualmente la bottiglia di Bordò ritta sulla base e la bottiglia di Borgogna sdraiata sul tovagliuolo; tuffano i baffi nella spuma dello Sciampagna e nei liquidi topazii del vecchio Reno.

Non venga in mente ad alcuno di coglierci in contraddizione manifesta con quello che abbiamo detto più su, che non rifuggiamo punto dall'immagine della donna che mangia, e con quello che si può sottintendere rispetto all'uomo. Ha da essere pioggia e non gragnuola; ed anco a voler stare nella pioggia, c'è spruzzo ed acquazzone. Epperò noi, se in una festa da ballo non riputiamo grave offesa al senso poetico, all'aureola divina della bellezza, un sorso di tè o qualche dolciume, non possiamo egualmente menar buono il mangiare e il bere, nella loro più grossolana apparenza. Che la cena ci sia, sta bene; se prelibata e suntuosa, prova la liberalità dell'Anfitrione. Ma una bella dama seduta a tavola in atto di sgranocchiarsi un petto di pollo, fosse pur coi tartufi, che orrore!

Quella che si poteva guardare senza tema di guastarci il sangue era la marchesa Ginevra. Ella faceva mostra di mangiare, assaggiando, ed ogni sua cura si rivolgeva al ragguardevole personaggio che le sedeva daccanto. Costui del resto non aveva bisogno di esortazioni; macinava a due palmenti, e trovava buona ogni cosa. Le altre dame, sedute tutt'intorno alla tavola, oltre l'aiuto de' servi, accettavano i grati uffici dei loro cavalieri, i quali s'inchinavano sulla spalliera delle seggiole, pascendo loro gli orecchi di dolcissimi nonnulla, mentre esse confortavano lo stomaco di cibi più sostanziosi. Di questa guisa, altro non si udì per un pezzo che l'acciottolìo de' piatti, il cozzar de' bicchieri, lo zampillare delle bottiglie, e il dimenar delle mascelle.

Aloise non c'era; neanche il Pietrasanta; neanche il Cigàla. Il primo aveva altri pensieri in capo; il secondo voleva tener compagnia all'amico, ed aveva perfino lasciato che un altro gli rapisse la marchesa Giulia. Non si creda tuttavia che fosse un grave sacrifizio sull'ara dell'amicizia, il suo; poichè il rapitore era il vecchio De' Salvi.

In quanto al Cigàla, egli avrebbe potuto andare a cena come tutti gli altri; ma quell'arguto chiacchierone era schiavo di una sua arguzia, s'era messo in trappola con le sue mani. La signora Enrichetta Corani gli aveva chiesto se non andava a cena; ed egli, vedendo che la ci aveva già un altro cavaliere ai fianchi, anzi due addirittura, s'era lasciato andare a risponderle:

—No, signora Enrichetta. Un Cigàla ha da tener fede alla cara bestiuola di cui porta il ricordo nel nome e l'effigie nello stemma.

—E non si pascerà d'altro che di rugiada!—aveva soggiunto la signora
Enrichetta.