—Certo; così ha sentenziato Anacreonte.—
Ed ecco per che modo il Cigàla era rimasto insieme col Pietrasanta e con Aloise. Ma se non era andato a dimenare i denti, si ricattava esercitando la lingua.
Mollemente adagiato su d'un canapè accanto ad Aloise, ragionava di cento cose col Pietrasanta, che s'era sdraiato su d'una poltrona, e a voler ripetere tutto quello che dissero tra due (poichè Aloise stava silenzioso ad udirli, ora sorridendo, ora accennando del capo, e non andando mai più oltre del monosillabo), ci sarebbe da fare un altro capitolo, laddove noi non pensiamo ad altro che a finir questo, il quale è ormai troppo lungo.
Basti sapere che il Cigàla ne disse di tutti i colori, e tra l'altre cose, passando in rassegna alcune delle dame, si fe' lecita una glossa lunga anzi che no sui nuovi amori della bionda Cisneri, e sulla nobiltà del conte Alerami, che era a cena accanto a lei, e che gli era parso molto turbato.
—Non avrà forse ricevuto le sue rimesse dalle Indie;—diceva egli.
—Ma dimmi, e il Salvani?…—chiedeva il Pietrasanta.
—Il Salvani ha durato poco. È la storia delle belle cose.
—È davvero un ottimo giovane!—interruppe Aloise.—Mi duole di non averlo veduto quasi più, e soprattutto che non mi abbia creduto così degno della sua intimità da confidarmi le cose sue. Io gli avrei aperto gli occhi in tempo.
—Baie! E che male c'è? Ha amato; è stato piantato in asso; ma alla fin fine non è egli che ci ha avuto da perdere.
—È facile a te, Cigàla, il parlare così; poichè tu prendi…. come diamine è il tuo proverbio?