—Siete un furfante di tre cotte.
—Come voi, Garasso, come voi, e non per niente ho imparato a scrivere. Buona notte, dunque, e chi avrà miglior filo farà miglior tela.
—Ve n'andate?—chiese il Bello confuso.
—Oh bella! se m'interrompete quando parlo…. Orvia, capisco che qui s'ha da fare la pace. Ripigliamo il discorso dove l'avevamo lasciato. Noi dunque dicevamo due mila lire.—
Il Bello mise un lungo sospiro, che fu un ultimo vale a quella lasagna bianca (stile del Guercio) che voleva mettersi in tasca.
—Bisognerà passare per dove volete voi!—soggiunse egli.—Non siete un amico.
—Anche gli innocenti vanno alla forca!—rispose il Guercio con aria di compunzione.—Io non sono vostro amico? E quando mi avete voi mai veduto mancare alle promesse? Non vi buscate la miglior parte nei guadagni che faccio? Mi servo io d'altri, per rivendere quel che ho comprato…. coi miei sudori? Andate là, siete un ingrato, e meritereste che non vi volessi più bene.
—Sì, datemi per giunta la baia! Io frattanto dovrò far come l'asino, che porta il vino e beve l'acqua.
—Oh, questo non sarà detto mai, fino a tanto che ci sarò io;—ripigliò il Guercio sul medesimo metro.—Andiamo subito a bere, e sia del migliore che ci ha la Piccina.
—No, grazie, ora non bevo più. A domani, dunque?