—Alle nove sarò coi colleghi al ritrovo; e voi colle due lasagne….

—A colpo fatto.

—Sta bene; se no, vi ammanettiamo come un cane, e vi portiamo in caserma.—

Con queste ed altre ciarle di minor conto, i due compari si accomiatarono scambievolmente. Il Bello rifece i suoi passi verso Santo Stefano, bestemmiando in cuor suo il destino che gli guastava tutti i suoi conti, e lo faceva rimanere colle sole cinquecento lire a lui promesse, come suo beveraggio, dal padre Bonaventura. Ma egli aveva peccato di ghiottoneria, e ben gli stava doverla pagar cara. Già, il proverbio l'ha posto in sodo: una ne pensa il ghiotto e l'altra il tavernaio.

Il Guercio se ne andò dal canto suo, zufolando, verso la Villetta Di Negro. La notte buia, a cagione delle nuvole addensate nell'aria, le quali impedivano alla luna di mostrar le corna, come pure avrebbe dovuto, essendo ella allora ai cominciamenti del primo suo quarto. Ma di ciò non si dava pensiero il Guercio, che conosceva la strada, e che ci vedeva da un occhio, al buio, come gli altri, al chiaro, con tutti e due.

Quello che non vedeva, nè sapeva, era l'ora; imperocchè, tra per lo svago del teatro e il lungo conversare fatto col Bello, egli non veniva più a capo di misurare il tempo perduto.

—Che ora sarà?—andava egli pensando, in quella che infilava il ponte davanti al Teatro Diurno, per salire verso i Cappuccini.—Non ho nemmeno la __cipolla__ in tasca. Se passa qualcheduno, vo' pigliarne una ad imprestito.—

Cipolla (i lettori l'avranno già argomentato) nella lingua furbesca, è sinonimo di orologio.

Giunto colà, dove il bastione della Villetta svolta sulla salita delle Battistine, il nostro eroe udì un mutar frettoloso di passi che venivano in su, e insieme coi passi, alcuni sbrendoli d'una romanza da teatro.

—To'—disse il Guercio,—il cacio sui maccheroni! E come canta col tremolo, il signorino!—