—Io non so…. saranno le undici…. cioè, le dieci…. a un dipresso….
—Vo' saper l'ora precisa, io, perchè ho da mettere l'orologio a segno. Via, non si scomodi, farò io.—
Così dicendo, gli aveva già posto le mani al panciotto; e quelle mani, sicure del fatto loro, non pure avevano cavato fuori l'orologio dal taschino, ma spiccata ancora la catenella dall'occhiello.
—Ah, vedo che bisognerà aprirlo, perchè ci ha il coperchio d'oro. Basta, non ho tempo; vedrò poi,—proseguì il furfante, riponendo in una tasca dei suoi calzoni orologio e catenella.—Trecento lire dell'orologio, e forse cencinquanta del resto; sono dunque quattrocento cinquanta lire che io metto in salvo per Lei. O come porta di questi arnesi addosso, dovendo star fuori di notte?
—Ma voi….—si provò a dire il derubato.
Silenzio, se no ti faccio freddo!—interruppe il Guercio, mostrandogli, uscito a mezzo fuor della manica, il suo coltellaccio.—Tu non hai cura del tuo metallo, e il primo mascalzone che passa potrebbe rubartelo. Dammi il portamonete, il borsellino, o quel diavolo che sarà. Te lo custodirò io.
—E accompagnando gli atti colle parole, mezzo si fe' dare mezzo si pigliò colle sue mani, il portamonete del malcapitato.
—Benone! E adesso, ara diritto, senza voltarti indietro.—
Quell'altro non se lo fece dire due volte, e pigliò l'abbrivo, parendogli d'uscirne a buon patto. Ma, per quanto si fosse affrettato ad obbedire, non si mosse tanto presto che non gli giungesse ancora un vigoroso calcio del ladro, a raddoppiargli la forza d'impulsione.
Al domani, la cronaca cittadina di un giornale recava, e gli altri colleghi copiavano con poche varianti la narrazione seguente, che noi riferiremo con tutti i suoi fioretti di lingua: