—Se lo conosco! È mastro Nicola, di Molassana, quegli che ha trovato due pentole di genovine in un ripostiglio di muro che stava rompendo, e non ne ha detto nulla al principale….
—Sì, lui, per l'appunto.
—Ci ha da esser denari a palate, in casa sua!—proseguì il
Bellavista.
—Certo;—disse il Guercio,—ma per questa volta bisognerà sputarne la voglia. In casa del Ceretti ci si va per la mascherata, e nient'altro.
—O come?—dimandò l'Architetto.—Mastro Nicola ci tiene il sacco!
—Non egli, che è in villa, ma il suo figliuolo. Io non so nulla e non ho cercato di saper nulla; ma mi sembra di avere indovinato che questo giovanotto l'abbia a morte con un suo pigionale, certo Salvini, Salvetti o che so io, e lo voglia colle nostre mani, __vestire da angelo__…. mi capite? fargliene una da coltellate. Domani a sera scoppia la rivoluzione….
—Parli sul serio?—interruppe il Bellavista, mentre gli altri inarcavano le ciglia.
—Sicuro; ma questo non risguarda noi altri. In questi pasticci non c'è nulla da guadagnare. Ora questo Salvetti, Salvini, od altro che sia, è un uomo che pesca nel torbido, e domani a sera sta fuori di casa. Noi, col pennacchio in testa e la divisa a coda di rondine, andiamo in casa, dove c'è una ragazza sola con un servitore, ci spacciamo per carabinieri mandati a fare una perquisizione, rovistiamo nella camera del nostro uomo, e portiamo via certi documenti che devono trovarsi in una cassettina d'ebano; la qual cassettina è in un cassettone a destra entrando, nella seconda cassetta, in un angolo a sinistra. Vedete che conosco il fatto mio. La Giustizia è bene ragguagliata, non fo per dire. Ci becchiamo la cassettina: salutiamo la signora chiedendole scusa del disturbo, scendiamo al primo piano, ci vestiamo da capo dei nostri panni, e ce ne andiamo pe' fatti nostri. Il colpo non è male architettato. Che ne dici tu, Architetto?
—Io dico,—rispose l'Architetto,—che a questa fabbrica mancano le chiavi.
—O come?