Quando il Pietrasanta e il giardiniere tornarono dalla grotta, Aloise era già andato fuori del viale ad aspettarli in mezzo al prato, affinchè essi, vedendolo da lontano sui margini del laghetto, intento a guardare i cigni, non passassero più dinnanzi alla tavola, sulla quale avrebbero potuto scorgere una pericolosa testimonianza de' fatti suoi.
L'amico fece una lunga cicalata sulle oscure bellezze della grotta, che noi tralasceremo per amore di brevità, e poco stante ambedue se ne ripartirono, dando una larga mancia al giardiniere: il quale li aiutò a salire in carrozza scusandosi con abbondanza di parole del non aver fatto entrare il veicolo sul piazzale del palazzo, come sarebbe stato dicevole con persone tanto ragguardevoli.
—Non ve ne date pensiero!—disse quel pazzo di Enrico Pietrasanta.—Noi viaggiamo nel più stretto incognito, e non amiamo le cerimonie.—
Il Pietrasanta, celiando, diceva la verità. Infatti, pochi minuti prima quando il giardiniere aveva presentato loro l'albo dei visitatori, Aloise di Montalto s'era fatto sollecito a pigliar la matita, e dopo avere ammiccato al compagno, scriveva sull'albo due nomi strani: __Goffredo Rudel e Percivalle Doria__.
—Che cosa t'è frullato in capo,—chiese Pietrasanta, quando furono per istrada,—di mettere que' due nomi in cambio de' nostri?
—Bravo! E volevi far sapere ai padroni di casa che i nostri __noi__, come tu hai il vezzo di dire, sono stati a visitare la loro villa?
—E che male ci sarebbe stato, che i nostri __noi__ lasciassero risapere che ci sono venuti?
—Nessun male, Enrico mio; ma non c'è nessun utile a farlo risapere. E poi, non l'hai detto tu stesso poc'anzi, che i nostri __noi__ viaggiano nel più stretto incognito?—
In questi ed altri ragionari della medesima risma, si giunse a Genova, e il Pietrasanta accompagnò a casa l'amico.
Il servitore attendeva con impazienza il ritorno di Aloise, al quale si affrettò a dire, appena fu entrato: