—Figlia mia (consentite che io vi chiami con questo nome poichè siete sola al mondo, e nessuna donna, pur troppo, sorgerà a contrastarmelo), se questo segreto, quando fosse svelato, dovesse coprir di vergogna la vostra povera madre, che forse, che certo vi ama, e non può confessarlo ad alta voce?…—
E la marchesa non aveva soggiunto altro, vedendo Maria reclinare la sua bella fronte tra le palme e dare in un pianto dirotto.
Dopo una lunga pausa, durante la quale fu fatto il più triste soliloquio che penna umana potesse descriver mai, la fanciulla sollevò verso la marchesa Lilla i suoi occhi lagrimosi.
—Si salvi mia madre!—esclamò ella, con accento di sublime tenerezza.—Viva, io non la farò arrossire per me; morta, non infamerò la sua memoria. Mi farò monaca.—
La marchesa di Priamar sentì come uno schianto al cuore. L'affetto di madre palpitava là dentro; e la madre sentì quanta virtù di sacrifizio ci fosse, quanta disperazione, in quelle poche parole, così semplici e schiette. E fu lieta di poter ricusare quell'olocausto; lieta in quel punto di offrirsi ella in sua vece, vittima espiatoria, al feroce gesuita, al comune nemico.
—No!—rispose ella, guardando amorevolmente sua figlia. Fiammeggiarono gli occhi della fanciulla; il suo volto, le mani, la persona tutta si tese verso l'inferriata, come per avvicinarsi vieppiù a quella parte donde le veniva l'inaspettata parola.
—No, voi dite? E come? Ve ne prego, ve ne supplico a mani giunte, o signora; come uscirò io da questo orribile luogo?—
L'esaltazione della giovinetta turbò grandemente la marchesa, che si provò a chetarla con amorevoli parole; ma non ne venne a capo se non col ripeterle che veramente avrebbe potuto uscir dal convento. E allora, vedutala più tranquilla e tutta intenta ad udirla, si fece a parlarle della possibilità di trovare un uomo, giovine e piacente, chiaro per bontà di costumi, che potesse darle il suo nome onorato. Trovato quest'uomo, che non era difficile (anzi ella aveva già posto gli occhi sopra un tale che certamente non avrebbe ricusato). Maria avrebbe avuto una dote, non indegna dell'onorevole parentado, una dote che ella stessa, marchesa di Priamar, avrebbe data del suo, poichè era libera, padrona di sè, senza conforto di prole. Per tal modo Maria sarebbe stata felice tre volte in un punto; felice di uscire dal monastero, felice di avere uno sposo che l'avrebbe adorata, felice di trovare in lei una seconda madre, in luogo di quella che la poverina non aveva mai conosciuta.
Maria si fece smorta in viso a quel ragionamento della signora. La sua allegrezza era durata poco. Un freddo acuto le corse per ogni vena. Ma quell'angoscia le parve soverchia; le parve impossibile che Iddio dovesse dare un così aspro martirio alla sua creatura; e accolse, colla istintiva cura di chi si sente mancare il suolo sotto i suoi piedi, un'ultima speranza, la speranza che quell'uomo, il cui nome non era stato ancor profferito dalla marchesa, potesse esser egli, Lorenzo, il suo adorato Lorenzo.
—Il nome?—chiese ella trepidante.—Il nome di quest'uomo?