—Ma andate, suvvia!—gridarono allora, facendoglisi incontro, parecchie delle più robuste.
Orfeo capì allora che non c'era più tempo da perdere, e passò incontanente la porta. Le Madri finalmente respirarono; ma Pasquale non aveva anche finito, poichè, comparso da capo nel vano, alzò il braccio, tese l'indice in atto di maledizione, gridando con quanto fiato aveva in corpo:—se n'andranno; sì, se n'andranno!—
E fu la sua ultima: dopo di che scese le scale brontolando, seguito dalla conversa, che gli aperse la porta di servizio e gliela richiuse tosto sulla gobba.
Egli era già in istrada, allorquando, vedendosi colle braccia penzoloni e le mani inoperose, si sovvenne del suo pentolino, che nella fretta aveva dimenticato lassù.
Tornò indietro, col proposito deliberato di bussare e andarsi a pigliare il fatto suo; ma quando fu per abbrancare la corda del campanello, un'altra cosa gli sovvenne, cioè il voto che avea fatto pur dianzi di rompersi il nodo del collo, se riponeva piede nel monastero. Ora mastro Pasquale era superstizioso, e portava al suo collo quel ragionevole amore che ci hanno, si può dire, tutti i figli d'Adamo.
—Se me lo rompessi davvero?—pensò il legnaiuolo.—No, no, Pasquale; la donna che te l'ha fatto, l'è ita in gloria, e non potrebbe più fabbricartene uno nuovo. Aggiungi, che da questo ginepraio ne sei uscito a buon patto, e la Provvidenza non s'ha a tentarla due volte. Ma adagio un tantino; ne sono io poi uscito tanto a buon patto? Un trecento di lire le buscavo, e dove quelle andavano, non ne occorrevano altre. Ora, chi m'avesse visto e udito poc'anzi, trar calci a quella moneta, non m'avrebbe tolto pel banchiere Parodi? Sicuro, il cognome ce l'ho, e il banco del pari; ma un banco da menarvi la pialla; il cognome, poi, posso andarmelo a spendere!—
In questi discorsi il nostro Pasquale era sceso dall'erta di
Mascherona, per andarsene poco lontano, dove ci aveva casa e bottega.
Ma più s'avvicinava ai dolci penati, e più gli sbollivano le ire.
—L'ho fatta, e adesso mi bisognerà rasciugarla. Del resto, domando io, come potevo uscirne altrimenti? Mi fossi anco buttato ginocchioni e tanto mi mandavano a spasso, dopo quel negozio della lettera. Non avrei dovuto mettermi in quella briga, e ricordarmi il detto de' miei vecchi, che cenci van sempre in aria; ma sì!… Quel Garaventa è un così allegro compagnone, che s'ha da volergli bene per forza, e fare tutto ciò ch'egli vuole. E che buon vino si beve, in sua compagnia! Altro che il vino delle monache! Peccato ch'egli baci a mala pena il bicchiere! Si direbbe che n'abbia paura, lui, un vecchio soldato d'America! Basta, quel che non imbotta Michele imbotta Pasquale, e i conti si pareggiano. L'ho a far rimanere di princisbecche, or ora, quando gli racconterò che il colpo è fatto a dovere. E quell'altro signore, quello della gazzetta, sarà certamente con lui ad aspettarmi, poichè ci ha il diavolo dell'impazienza in corpo. Giovani, giovani! Quand'ero giovine io, ne ho fatte la mia parte, per sposarmi la Tecla!… E adesso anche lei m'è diventata una vecchia brenna, piena di guidaleschi, brontolona, balorda. Chi me l'avesse detto, quando s'era promessi e s'andava a far la nottata fino alla Madonna della Guardia, per trovarci lassù prima dell'alba? Che grazia di Dio! Al primo raggio di sole ci si specchiava tutti nelle nostre facce scialbe e nei nostri occhi lividi; ma lei, la Tecla, era là, colorita e fresca come una mela carla. E ce n'erano di volti a strizzarle l'occhio, ce n'erano, di questi damerini che vanno attorno per le fiere; ma lei dura; volle Pasquale, ed ebbe Pasquale. E l'ha tuttavia, il su' omo, ma con trent'anni di sopraccarico. Povero cavallo bolso, ha finito anche lui di trottare; le spalle poi gli si sono incurvate, come per fargli vedere la fossa. Ma vedete un po' quelle scimunite, quelle teste imbacuccate! Perchè la fatica m'ha concio a questo modo, s'ha a darmi del gobbo?—
XIX.
Come una buona azione ricevesse il suo premio.