—Ah, sì, fate bene a rammentarmelo. C'è stato or fa mezz'ora il garzone del panattiere. Quel lasagnone del vostro fattorino lo ha fatto salire quassù, e io ho dovuto sentire l'antifona. M'ha detto che il suo padrone non vuol più aspettare, e che domani, se non gli saldate il conto, se ne va dove bisogna.
—S'incammini!—brontolò il legnaiuolo.
—Sì, bravo, perchè venga anche l'usciere, e crescano le spese! Io gli ho detto invece che tornasse alle cinque, stasera, che ci sareste stato voi.
—Bella trovata! E che gli dirò io stasera, che voi non poteste già dirgli senza di me?
—Ma….—rispose la donna;—ho pensato che andando oggi dalle monache a finire il vostro lavoro, vi avrebbero pagato il conto, e allora….
—Sì, me l'hanno proprio pagato!—interruppe Pasquale.—Non servo più monache, io; vadano in malora le monache!
—Che diavolo dite, Pasquale?
—Dico,—rispose il legnaiuolo, sedendo a cavalcioni su d'una scranna, coi gomiti puntellati sulla spalliera e il mento puntellato nelle palme,—dico che l'ho mandate a quel paese, e non voglio più saperne. Brutte bertucce! dar del gobbo a me! Dite su, voi, Tecla; m'avete visto gobbo, quando v'ho dato l'anello?
—Che cos'è quest'altra novità? Avevate, sì, le spalle tozze….
—Ma non ero gobbo?