—Non dubitate!—rispose il gesuita, piegando le labbra ad uno di que' stentati sorrisi, dei quali abbiam detto più sopra.
E il discepolo, non parendogli vero di far da maestro una volta, s'allacciò la giornèa, per raccontargli i suoi fasti.
—Cominciamo dal principio. Il Montalto, or fanno due mesi, era da capo a chieder danaro ad imprestito. Doveva andare a Parigi, il signorino, in Germania, in Isvizzera, e che so io, sempre per far l'ombra alla dama de' suoi pensieri; e per questo gli bastava una piccola somma, sessantamila lire; di più, se era possibile, ma non un quattrino di meno. Le chiese ai miei socii; ma essi, com'era naturale, non vollero saperne. Trentamila gliele avevano date fin dai primi di luglio; in agosto gliene occorsero cinquanta; per pagar queste e quelle, un mese dopo vendeva le sue case allo Scandola….
—Vostro prestanome!—notò Bonaventura.
—Un vecchio merlo spennacchiato, che serve a tirar gli altri nella rete;—rispose il Collini ridendo.—Ma che importa? Peggio per lui se lo ha tolto per un capitalista. Il mio uomo gli ha dato il necessario per pagar le cambiali, e più ventimila lire, che andarono subito in tasca ad un mercante di cavalli. Se n'è pigliata una satolla, di grandezze! Ma si sa, chi vuole il dolce, senta l'amaro. Torniamo al fatto; egli aveva urgente bisogno delle sessantamila lire; i miei socii non le volevano dar fuori sopra una firma sola; ed egli, che aveva superbamente toccato della Montalda, la quale, secondo lui, ben valeva tre volte quella somma, dovette sentirsi dire che la terra era una grillaia, che il palazzo era fuori di mano, e che non si poteva dar prezzo ad un fondo il quale non rendeva nulla come podere, e come villeggiatura, poi, avrebbe potuto servire soltanto ad un misantropo, ad un eremita. Si voltò egli allora allo Scandola; ma lo Scandola aveva tutti i suoi denari fuori, e credo dicesse il vero; perchè il galantuomo, dacchè lo conosco, non è mai ritornato nel suo.—
Qui il Collini fece una sapiente fermata, quasi aspettando che il maestro potesse gustare l'arguzia. Ma Bonaventura aveva altro nel capo; ed egli fu costretto a proseguire senza la limosina d'un sorriso.
—Il nostro innamorato non sapeva più a che santo votarsi; e fu allora che lo Scandola, vedendolo disperato, gli entrò a dire di certe cambiali che aveva ricevute in pagamento di mercanzie da un Marsigli, e che avrebbe potuto cedere a lui, marchese di Montalto, perchè ne facesse suo pro' in quel suo bisogno. E il marchesino non se lo fece dire due volte, ben sapendo che i miei socii gliel'avrebbero scontate, e pigliatolo in parola, sottoscrisse una ricevuta in piena regola, e si beccò le cambiali per centomila lire.
—Delle quali n'ebbe appena sessantamila!—notò Bonaventura, che amava di tanto in tanto, da buon maestro, mortificare la superbia del discepolo.
—Poteva non accettare il partito!—rispose il Collini.—Nessuno lo costringeva; e il banco Cardi Salati fu tanto cortese da non mettere fuori un dubbio sulla bontà della firma, da snocciolargli issofatto, l'una sull'altra, sessantamila lire. Ed ora che le ha godute, che ha sfoggiato a sua posta, torna a Genova squattrinato, va dallo Scandola perchè lo aiuti a guadagnar tempo; intanto, se egli vuole, si pigli la Montalda; per centomila lire gliela cede, sebbene sia grave sacrifizio per lui. Ma lo Scandola non è ancora tornato nel suo; ha crediti d'ogni parte, denari pochi, tutt'al più trentamila lire; se il Montalto vuol cedergli la sua grillaia per quella moneta, sta bene; se no, no, e provveda egli come gli pare più acconcio. A farvela breve, Aloise non ha il denaro per la scadenza di domani, e le gazzette racconteranno un suicidio di più.
—Lo credete?—domandò, con aria incredula, il gesuita.