—E come no?—disse il Collini.—Oggi siamo alla vigilia della scadenza. Il Salati, in un negozio così delicato, non si fida neanche del suo fattorino, e se ne va egli, anzi a quest'ora è già andato, al banco dei fratelli Teirasca, per domandare se sia stata fatta provvigione di denaro per quattro cambiali di Luciano Marsigli. I Teirasca non ne sanno nulla, e rispondono di non aver ricevuto incarico di sorta. Allora il Salati va dal Marsigli, e gli chiede se riconosca quelle quattro obbligazioni che ha sottoscritte. Il Marsigli va in bestia, perchè non ha sottoscritto nulla; e tutt'e due se ne vanno difilati a palazzo Ducale, per esporre il caso all'avvocato fiscale. Ora ammettiamo pure che il Montalto, che non sa nulla della firma falsa, e che non ha i denari da pagare il suo debito, aspetti anche il protesto. Egli è perduto egualmente, perchè, riconosciuta la truffa, non gli servirà a nulla aver trovato le centomila lire (dato il caso che le trovi) e dovrà vedere il suo nome infamato da un processo criminale. Non si faccia saltar le cervella, se gli preme conservarle; io non ho bisogno della sua morte; purchè se ne vada in galera!…—

Bonaventura, tuttochè non fosse molto pratico di cose commerciali, intese il negozio appuntino. E intese altresì come colui che gli stava dinanzi non fosse più uno scolaro, e come in certe materie potesse anco insegnargliene a lui, maestro patentato di ribalderie. Certo, se egli non avesse avuto altri pensieri molesti pel capo, lo avrebbe abbracciato, dicendogli: tu sei veramente il mio figlio, del quale io mi compiaccio.

—Avete ragione!—si contentò egli in quella vece a rispondergli, ma non senza un fil d'ironia.—Ed io, povero frate, che cinque mesi fa mi affannavo a consigliarvi di volere cambiali! Sfondavo un uscio aperto, a quanto pare, anzi spalancato!

—Voi ricordate, padre mio, che allora la non m'entrava d'imprestargli denaro, perchè sostenesse più riccamente la sua parte di vagheggino. Ma ho fatto bene a seguire il vostro consiglio. Io m'intendo di commercio; ma voi v'intendete d'uomini, e come!—

Crederemmo di far torto all'acutezza dei lettori, se ci fermassimo a chiarire con molte parole il perchè di quella lode, o per dir meglio, di quella complicità che il Collini voleva mettere in sodo. Bonaventura operava il male con un proposito, non nobile di certo, ma alto, poichè egli serviva una causa, per la quale il fine giustifica i mezzi; e dove pure egli operava per conto suo, obbediva ad una passione che era stata l'incubo di tutta la sua vita. Si poteva odiare quell'uomo; potendo, si sarebbe dovuto punire; disprezzare non mai. Laddove il Collini, rôso dalla vanità, divorato dall'invidia, operava il male pel male; la crudeltà non era in lui pervertimento di gagliarde passioni, ma istinto di rettile. Epperò votati ad una medesima impresa, quei due uomini si sentivano, si sapevano stimolati da diverse cagioni; epperò nella lode di Bonaventura al discepolo c'era un fil d'ironia, e questi, smessa la vanità con cui s'era fatto a narrare le sue gesta, sentiva il bisogno di ricordare che aveva operato per istigazione dell'avveduto maestro.

—Lasciamo da banda i complimenti;—disse questi infastidito.—E lo
Scandola, come se la caverà?

—L'ho mandato ieri in Isvizzera, pel caso che s'avesse da mettere il negozio nelle mani della giustizia. Ma non dubitate; non ci sarà bisogno di giungere a questi estremi, poichè ho fermo in mente che il Montalto non vorrà sopravvivere allo scorno.

—E proprio siete sicuro che non avrà il denaro?

—Sicurissimo.

—In che modo?