—Voi?—esclamò stupefatto il discepolo.

—Io, sì, non ne avete mai avuto, voi? Non v'è egli mai accaduto di considerare come ogni cosa ci andasse a seconda, come la fatalità ci aiutasse oltre le nostre speranze, oltre la misura dei nostri apparecchi? Guardate l'opera vostra! In otto mesi avete mandato in malora un uomo…. un ragazzo, sia pure. Non c'è uomo così savio e così avveduto, il quale non trovi chi possa farlo impazzire. Tutto sta nel trovare l'occasione, ed io l'ho trovata, coi fiocchi. Altri (ve lo dico io, e potete credermi) altri avrebbe perduta la ragione, dov'egli perderà soltanto la vita, ad espiazione volontaria d'un conto fallato. Ma non usciamo di strada. Egli non era ricco, lo so; ma una entrata di sette in ottomila lire, l'aveva. Non c'era da spender largo; ma poteva vivere in una modesta agiatezza, aspettando dai decreti della natura i milioni del nonno, che avrebbero fatto di lui, gran gentiluomo, un gran signore. Ed ecco, è bastata la facilità di trovare trentamila lire ad imprestito, e cinquantamila innanzi di aver pagato le trenta, per metterlo a mal partito, per darvelo incatenato in balìa. Lo avete preso all'esca d'una rinnovazione di cambiali, e s'è impantanato sempre più; a voi ha giovato l'astuzia per impadronirvene; a lui non gioverà la sua dignità per salvarsi; l'alterezza del suo carattere non farà altro che accrescere il vostro trionfo. Rovinato in otto mesi, e suicida per giunta! Vi par poco?

—Stiamo a vedere che ho fatto una fatica d'Ercole!—notò beffardo il
Collini.—Ne aveva pochi, e in poco tempo sono iti.

—Ne aveva più di voi,—ripiccò Bonaventura,—e voi ci avete ora i vostri e i suoi. Tutt'e due ci avevate il vostro demonio nel cuore; ma il vostro v'ha arricchito; il suo l'ha mandato in precipizio. E non faccio questo raffronto per umiliarvi, sibbene per condurvi a riconoscere le cagioni singolarissime che l'hanno ridotto agli estremi, per farvi scorgere quanto cammino abbiate in breve ora fornito, e come l'esito abbia oltrepassato i confini delle ragionevoli speranze.

—E voi, padre, col Vitali….

—Sì, anche questo negozio è andato troppo bene. Credete a me, Collini, troppo bene ogni cosa, e troppo presto. Perciò temo. C'è egli un fato? O gli uomini son liberi, per modo che i più avveduti, i più savi, comandino agli eventi? O tra la loro volontà e gli eventi che ella governa, c'è una potenza ignota che invigila il lavoro, e a volte conduce, e a volte scompiglia le fila? Non ne so nulla; ma temo.

—Padre mio!—esclamò il Collini, più maravigliato che mai.—Questi dubbi in una mente così salda come la vostra?…

—Oh, lo so anch'io quel che s'ha a credere!—rispose Bonaventura.—Appartengo ad un sodalizio che ha, si può dire, ereditato il grande arcano dei sacerdoti d'Iside. Altro è quello che s'ha da insegnare alle moltitudini; altro è quello che s'ha da pensare. La dottrina non è pane per tutti i denti; il vero sapiente la tiene per sè. Ma che volete? ognuno, per forte che sia, ritiene un po' del suo tempo. La scienza mi fa negare; la coscienza mi fa dubitare della scienza. So quello che volete rispondermi. La coscienza non è mai venuta sotto il vostro coltello anatomico. Essa è una miscéa, un amargama di tutti gli errori, di tutte le contraddizioni, di tutti i sogni, di tutte le chimere sublimi o ridicole, che l'arte umana ha fatte rampollare per lungo corso di secoli dal vecchio tronco della paura. E tuttavia le anime più salde hanno sempre avuto i loro cattivi momenti, ne' quali hanno sentito come fuggirsi di mano le fila del loro destino, paventato una forza arcana, superiore ed avversa ai loro disegni, e dubitato, sto per dire, del loro medesimo dubbio.

—Questione di temperamenti!—sentenziò il Collini, stringendosi nelle spalle.—Il vostro, padre mio, s'è fatto soverchiamente sanguigno.

—Forse!—assentì Bonaventura, il cui pensiero correva altrove.