XXV.

Nel quale i lettori più scarsi d'ermeneutica avranno la spiegazione della "Prima dei Corinzii".

Com'era avvenuto tutto ciò?

Per raccontarlo ai lettori, dobbiamo rifarci alcune ore indietro, e cercare Aloise Montalto nel suo quartierino di via Balbi.

In che stato fosse l'animo del giovine, ci è noto dalle parole del Collini, il quale aveva mandato il Ceretti ad esplorare, col pretesto di comperar la Montalda. Ma noi dobbiamo soggiungere che quel negozio delle cambiali non era il solo argomento della tristezza d'Aloise.

Anzitutto, perchè s'era egli gettato in quella rovina? Egli giovine severo, assegnato, perchè s'era dato ad operare da spensierato, da pazzo?

Nella dimanda è già la risposta. Chi giudicherà i diportamenti d'un pazzo? E chi potrà sentenziare per quali vie abbia a scorrere, a qual punto fermarsi la pazzia? Incendio lunga pezza nascosto, infuria d'improvviso per modo che opera umana più non vale a frenarlo. E la fiamma d'Aloise era stata covata sei anni, sei lunghi anni in silenzio. Per tutto quel tempo il suo cuore era stato come un tempio domestico, dove egli custodiva gelosamente una immagine sola, nè occhio profano era giunto mai a trapelarne il mistero. E la dea ch'egli adorava in segreto, ai cui piedi ardeva il migliore degli incensi, il fiore della sua giovinezza, i pensieri tutti dell'anima, regnava là dentro, non pure scolpita, animata da quel Pigmalione eterno che si chiama l'amore. Perchè infatti, siamo noi gli artefici de' nostri idoli; la donna amata è in gran parte opera de' nostri vaneggiamenti. I più soavi contorni del suo volto, le curve più leggiadre della sua persona, non appartengono all'originale. Il ritratto è fedele bensì, ma ogni cosa è raggentilita, levigata, accarezzata da quel medesimo scalpello che ad opera compiuta si converte in pugnale per noi.

La bella Ginevra dagli occhi verdi, per verità, era di tale bellezza, che il suo Pigmalione non avrebbe potuto conferirle una grazia di più. Ma egli, nel ritrarla in sè stesso, le aveva pur dato alcun che di nuovo, d'insolito, il suggello dell'artista. Quella immagine amava Aloise; egli l'aveva foggiata secondo il suo desiderio. E mentre la bella Ginevra non sapeva ancora di lui se non che egli era il solo che sdegnasse, non che ammirarla, guardarla; mentre nessuno s'era pure avveduto ch'egli si struggesse per lei, già la marchesa Ginevra era sua, già l'immagine rispondeva alle agonie dell'artefice. Il miracolo l'aveva operato egli nel suo cuore; era tuttavia un sogno, e già gli pareva realtà. Diremo una cosa strana, ma non parrà tale a chi abbia amato una volta in sua vita; se quella donna, il primo giorno ch'egli si fosse appressato a lei, gli avesse stesa la mano e detto col più soave accento di tenerezza: «vi amo» ei non l'avrebbe avuto in conto di novità; quella stretta di mano, quell'accento, quella parola, gli sarebbero sembrati continuazione d'un colloquio che durava da anni.

Così, allorquando le fu vicino e le parlò per la prima volta, gli parve non aver più nulla a dirle ch'ella già non sapesse, più altro a fare se non che adorarla tacendo. Lo schietto amore è già di per sè stesso poco loquace. La famosa carta del Tenero è una guida a chi viaggia per diporto; Werther e Jacopo Ortis non la conobbero, o, se pur la conobbero, sdegnarono usarne. L'amor vero e profondo non si butta a correre la ventura delle chiacchiere; indovinato e corrisposto si espande, arde ed illumina due vite; __Sigea lata relucent__; anco i naviganti lontani ne traggono indirizzo ed auspicio. Ignorato e negletto si consuma da sè, ma uccidendo chi lo porta nel seno.

Così amava Aloise; così fu tratto facilmente, fatalmente, nell'orbita di quell'astro che egli aveva tanto amato da lontano. Ginevra era troppo gran dama, troppo conscia di sè; le leggi era avvezza a dettarle, non a subirle da alcuno. E senza parlare di lei, non è questo il costume di tutte? L'amore, chi voglia considerarlo un tantino, ha le sue forme storiche anch'esso, come tutte le passioni dell'umanità, o, per pigliare una frase a prestanza dagli economisti, come tutti i fatti sociali. Una storia dell'amore è da farsi tuttavia, e forse non sarà fatta mai. Chi ama non scrive; chi scrive non ama. Egli avviene talvolta che un uomo ferito a morte intinga la penna nel suo sangue, e scritta una pagina del gran libro, la getti in pascolo al suo tempo, che avidamente la raccoglie, avendone un turbamento indicibile. Ma è una pagina sola, non già il libro; un grido di morente, non già una dissertazione di filosofo. Lo scrittore, e poniamo anche il più accorto, che veda e noti le occulte ragioni dell'affetto, che lo consideri nelle sue relazioni colla vita dei popoli, colla loro coltura, collo stato della donna, con tutti insomma i rivolgimenti d'un'epoca, correrà il risico di far opera di soverchio leggera, o di soverchio pesante, improba sempre e sgradita.