Nè abbiamo in animo di farla noi, ci s'intende. Solo pel tempo nostro e pel bisogno del nostro racconto, che oramai volge al suo fine, accenneremo come la donna, essendo nell'odierno consorzio schiava ad un tempo e regina, tenga ne' suoi diportamenti dell'una e dell'altra. Tutte si rassomigliano; ora tremano, ora fanno tremare; cogli uni non ragionano, perchè non possono; cogli altri nemmeno, perchè non vogliono. L'uomo è per esse uno schiavo, quando non è un padrone; in un caso e nell'altro, sempre un nemico. La colpa è un po' nostra; non siamo noi che abbiam fatte le leggi, e vi mettiamo a guardia i nostri pregiudizi, i nostri dirizzoni? Comunque sia, la donna è così, nè vale a mutarla il più profondo degli affetti. E può amarla con frutto chi la ami tanto leggermente da non mettersi già in sua balìa, ma da farne le mostre; chi giuochi coperto e stimoli la curiosità di lei, come è fama adoperasse il serpente colla madre antica dell'uman genere; chi, a farla breve, non ami, e si contenti a desiderare, senza soverchio accompagnamento di sospiri e di lagrime.

Uno scrittore (nè sappiamo più quale, e se non vi sa d'autentico, mettete che siam noi a dirittura) ha detto che le donne sogliono amare nella lor vita in due modi; giovani, inesperte, come l'uom vuole; donne fatte, avvedute, come loro talenta; donde avviene che nel primo caso infastidiscono, nel secondo uccidono. Debolezza e crudeltà! Speriamo nel futuro: auguriamo ai nostri nipoti una nuova e miglior forma storica dell'amore. Le donne saranno più libere e per conseguenza più umane; gli uomini, spogli finalmente de' loro storti concetti, vedranno in esse le eguali, le compagne, le amiche, le consolatrici della vita; non si spartiranno più, come ora, in due classi, di carnefici e di vittime. Lovelace e Werther saranno spariti; rimarrà in vece loro un uomo nuovo, amante ed amato, confidente e felice. Nato dalla libertà, l'amore si nutrirà di stima; la venerazione tornando al suo vecchio significato, farà solenne ciò che ora è brutale o colpevole, doloroso o ridicolo. Questa poesia dei sensi, come l'ha definito il Balzac, diventerà il senso più eletto della poesia che informa l'umanità tutta quanta, e che ha nella donna la sua incarnazione più efficace e più splendida.

Ciò detto, e anzi che no malamente, per non lasciar coll'amaro le nostre graziose lettrici, che già ci avran tolto per calunniatori del bel sesso, torniamo ad Aloise, ad Aloise che errò, e patì i danni dell'error suo, senza muoverne un lagno. Non era forse sua la colpa? Ben poteva egli amar quella donna da lontano, e durar nello inganno; volle avvicinarsi a lei, e si consunse alla fiamma. Poteva egli ritrarsi? Creda ciò chi lo ha fatto, e s'argomenti pure d'avere amato da senno; Aloise, non potè, e ben conobbe alle prime ch'egli era dannato a morire. Farsi innanzi non gli era concesso; dare indietro gli sarebbe parso viltà. Ma quella donna vedeva il suo misero stato? A volte gli parve di sì. Non erano segni di amorosa pietà quegli atti cortesi che lo richiamavano di tanto in tanto al fianco di lei? Il silenzio medesimo che durava tra essi, e che si mutava in improvviso cicaleccio al giungere del più gramo personaggio della corte, non era egli un dire ad Aloise: io so il vostro segreto? Ma erano lampi; uno sprazzo di vivida luce rischiarava lo spazio; poi, d'improvviso, tutto ritornava nell'ombra. E queste tenebre solevano farsi più fitte allorquando gli occhi di Aloise, precursori della parola, incominciavano a dir qualche cosa.

Nè andò guari che egli tutto intese il suo fato. Quella donna da lui così fieramente amata, avrebbe potuto durarla anni ed anni in quel suo riserbo, lasciandolo incerto tuttavia, non pure del futuro, ma dell'istesso presente. Che era egli, qual posto aveva nel cuore di lei? Le tornava egli molesto, o le pareva degno di quella pietà che fu detta sorella d'amore? O, preparandosi senza fretta ad usargli misericordia, pigliava diletto a farlo soffrire? O non le importava nulla, proprio nulla di lui, e lo lasciava fare e dire, perchè si stancasse da sè? Comunque fosse, egli non poteva tra quelle dubbiezze discernere il vero; nè i diportamenti di lei erano tali da lasciargli il conforto degli sciocchi, vogliam dire la speranza di lontane fortune, e la molle costanza dello aspettare tacendo. E allora la sua deliberazione fu presa. Senza l'amore di quella donna, non poteva più vivere; lontano da lei, foss'anco stata dieci volte più fredda, nemmeno. Che rimaneva? Sottrarsi agli spasimi d'una lenta agonia; accorciare la strada, correndola a precipizio; vivere sfolgorando a guisa del fulmine; ardere, consumarsi, morire.

E questo pensiero, nato appena, s'ingigantì nella mente di Aloise, fu arbitro di tutte le opere sue. Egli arse le sue navi, come chi non abbia speranza nè desiderio di ritorno. Quello era il campo ignoto dov'egli voleva vincere o morire. La bella Ginevra, per miracolo da lui non sperato, e quasi diremmo neppure invocato, avrebbe avuto compassione di lui? Egli si sentiva la virtù di rifar la trama della sua vita da capo. O, come gli diceva il cuore indovino, avrebbe durato nel suo riserbo invincibile? Ed egli periva. Il suo rogo era pronto; già v'era appiccata la fiamma. Così, fermo nel fiero proposito col sorriso dello spensierato sulle labbra, coll'aspra voluttà del suicida nel cuore, si gettò ad occhi aperti nel vortice.

Da quel dì, Genova non ebbe più magnifico cavaliere, nè più cortesemente superbo di lui. Già aristocratico per natali e per attinenze, divenne tale anche nelle forme del vivere. Le mute della sua rimessa erano il meglio che uscisse dalle officine di Milano e Parigi; i suoi cavalli da sella e da tiro, ammirati, decantati, dall'universale, come i migliori che fossero in città, volavano via come il vento, portando la sua fortuna; quei generosi cornipedi, imitando la serena baldanza del padrone, galoppavano in pendìo senza badare a pericoli. E coloro che vedevano il marchese di Montalto uscire a quel modo fuori di riga, correvano col pensiero alle ricchezze facilmente esagerate del vecchio Vitali; e i milioni del nonno davano loro la chiave delle larghe spese del nipote.

Questa opinione del volgo, alla quale non aveva pensato Aloise, lo aiutò, senza sua saputa, a cansar l'accusa di pazzo, vanitoso che corresse a rovina. Il marchese Antoniotto, egli stesso, la pensò come il volgo, e quella insolita maniera vivere sfoggiato gli parve naturalissima per conseguenza. Abbiamo già detto a suo luogo che Bonaventura non lo metteva a parte di tutti i suoi segreti. Il tiranno di Quinto era l'insegna di bottega del partito clericale, o, per dirla meno bassamente, il suo gran diplomatico, e tale aspirava a diventare altresì per la monarchia di Savoia, quando essa, come a lui pareva probabile, avesse dato un calcio a tante sciocche fantasticherie liberalesche; intanto leggeva discorsi in Senato, che mandavano in visibilio l'__Armonia__, e facevano dire al __Monde__ di Parigi:—__voilà l'homme d'état qui conviendrait le mieux à ce pauvre roi de Sardaigne__.—Il giovine Aloise di Montalto pareva al nostro uomo di Stato un'ottima preda. Aloise, in materia politica non aveva amori nè odii, non simpatie nè ripugnanze deliberate. La sua gioventù era scorsa in un tempo di sosta, povero di eventi e di lotte, in cui la sua mente avesse per amore o per forza a parteggiare; i suoi studi, le sue consuetudini, i suoi passatempi, lo aveano tenuto fuori (nè intendiamo dir qui se fosse male o bene) dal campo chiuso dove da secoli e secoli vengono a darsi la muta, a combattere con varia fortuna, tutti gli svariati sistemi di reggimento, tutti i grandi e piccoli interessi di popoli e di re, tutti i diritti e tutti i privilegi, tutte le inconsiderate verità e tutte le prudenti menzogne. Perciò il marchese Antoniotto poteva sperare di trarre Aloise dalla sua, contentando quella manìa d'apostolato che aveva, e che l'accorto gesuita gli era andato accarezzando nell'animo.

E perciò egli stesso, nel disporsi colla consorte al suo viaggio autunnale che i lettori conoscono, udito da Aloise che egli pure non sarebbe stato alieno dal muoversi un poco e veder nuovi paesi, gli si profferse volenteroso Mentore nelle sue medesime gite, e introduttore autorevole presso i gran dignitarii, gli archimandriti dell'ordine europeo. Non è a dire se questa paresse fortuna ad Aloise, e come ci andasse di buone gambe. Argomentatelo da questo, che egli non seguì, precedette la nobil coppia a Parigi. Colà, presentato, messo innanzi dal dotto maestro, Aloise conobbe tutti i caporioni del vecchio partito, che spaziava nel sobborgo di San Germano e invadeva anche un tratto delle Tuileries; vecchi legittimisti diventati imperiali; vecchi imperiali diventati legittimisti; repubblicani del 1830 che s'accostavano a San Vincenzo de' Paoli; giudei che veneravano il Papa; grande intriso di vecchie furberie e di giovani vanità; amalgama d'ambizioni e d'interessi che per loro natura avrebbero dovuto cozzare, e che per comune necessità si stringevano insieme; misto di vecchie penitenti, e di giovani peccatrici di chiesa e di caserma, di confessionale e d'alcova, di salotto e di giornale; tutto alla mescolata, oro ed orpello; tutto alla rinfusa, vizio e virtù, per la maggior gloria di Dio e pel maggior bene dei popoli.

A Monaco, a Vienna, altri centri di reazione politica (chiediamo perdonanza di questo barbaro gergo ai lettori) fu per Aloise la medesima storia. In ogni luogo egli era stato come il primo segretario di quell'ambasciatore __in partibus__; e senza far cosa alcuna, parlando poco e non dicendo nulla, aveva sostenuta per bene la sua parte in commedia. A Parigi era stato veduto assai di buon occhio in quel consorzio così pieno di contraddizioni; le vecchie dame avevano lodata la severità del suo contegno, i vecchi barbassori la soavità de' suoi modi; da tutti era stato gridato un nobile del vecchio stampo, pio come Baiardo e valoroso non meno. Un duello ch'egli ebbe e che fece chiasso di molto, perchè il suo avversario era uno dei più eleganti e de' più gloriosi fannulloni di Francia e Navarra, e perchè egli al primo assalto lo aveva disarmato, al secondo gli aveva passato fuor fuori una spalla, non gli fruttò nè ira nè abominazione. Conquistatore di salotti per la gentilezza dei suoi modi, egli aveva suggellata la conquista coll'armi; aveva guadagnati gli sproni, e fu una gara a chi gli dèsse primo la gotata de' nuovi cavalieri. I vecchi mastri di campo si degnarono di ragionare con lui dell'arte della scherma, e lodarono il buon metodo della scuola italiana; le dame, uscite pur mo' dal sermone di Nostra Donna, gli diedero coi sorrisi il premio della sua valentìa. La cagione del duello, per essere stata futilissima, non poteva neanche raccontarsi; orbene, anche il silenzio gli fu ascritto a lode, ed egli andò presso le vecchie penitenti encomiato per cavalleresco riserbo. Tutto gli andava a seconda, salvo quel tanto che gli stava più a cuore. E la tristezza che da ciò gli veniva, accrebbe il suo pregio, facendolo passare agli occhi di tutti per un compito diplomatico.

Di tutti? Sì certamente, ove se ne eccettui la viscontessa di Roche Huart, che già lo conosceva un tantino dalle confidenze epistolari della sua amica di collegio, e che lo trovò molto grazioso, molto pensoso, e molto pericoloso.—__Comment, ma toute-belle? Vous voilà toujours froide, vous, toujours rigoureuse avec ce pauvre garçon?__—aveva ella detto a Ginevra, che mostrava di non pensarla a quel modo.—__Si vous restiez longtemps à Paris, je vous promets qu'on ne vous le laisserait pas plus d'une semaine, et l'usurpatrice ne le ferait soupirer que le temps strictement nécessaire pour sauver les apparences__.—