—In casa mia;—rispose con voce spenta, ma ferma, la marchesa di
Priamar.

Bonaventura stette silenzioso un tratto, squadrandola con occhi fiammanti, quasi volesse incenerirla collo sguardo; quindi proseguì:

—E che cos'avete in animo di fare?

—Nulla.

—Badate a voi, Lilla! Non irritate il leone, poichè esso vi ridurrà in brani. Rispondetemi; che avete in mente di fare di quella fanciulla?

—Tutto ciò che ella vorrà;—gridò la marchesa, togliendo l'ardimento dalle medesime difficoltà di quel dialogo;—credete voi che non sia tempo di finirla? Ho sofferto; ho trangugiato mille amarezze; ho assistito immobile ai pianti di quella povera creatura; ho cercato di soffocare la voce del sangue, ma invano; essa ha gridato dal profondo del cuore. Sono madre; non intendete voi? sono madre!

—Sarete infamata!

—Da chi? chi ardirà infamare una madre?

—Io,—rispose Bonaventura,—io che vi ho amata, stolto, io che sono stato condannato da voi alla più triste vita che uomo possa durare sulla terra, io disdegnato, io deriso da voi.

—Non vi ho disdegnato, non vi derido; l'amor vostro io non l'ho chiesto, non l'ho lusingato mai. Lilla non ha rimorsi; una colpa ha macchiato la sua vita; ma non sta a voi ricercarla.