Fu scritto che un gran dolore è muto; e un grande amore io credo sia muto del pari. Il giovine innamorato cadde alle ginocchia di lei, e rimase a lungo in quella postura, estatico a contemplarla. Dalle prime angosce di un colloquio, da que' naturali ritegni del pudore che è l'ultimo ad abbandonare la donna, la sciolse un nembo di baci, o più veramente un bacio solo, ma lungo, errabondo, che volea dirle: perdonate a me, perdonate a voi stessa. L'adorazione vince la vergogna della caduta. La donna non è più angelo; ma che importa, se, in cambio d'angelo, è dea?

O voluttà, voluttà dell'anima, che precorri e fai più divina, ritardandola, quella dei sensi! In queste ore celesti, la donna è sulla terra quello che la divinità sull'altare. Soventi volte, l'amante è Pigmalione che adora l'opera delle sue mani; altre volte è un felice, che, giunto a sollevare il lembo del velo d'Iside, aspetta animoso la morte, pur d'essersi inebbriato nella contemplazione di ciò che non videro mai gli occhi del volgo profano. Ma, comunque sia, quella donna si vede, si ode, si sente adorata, nella forma e nella sostanza; dea sul piedestallo, scorge un giovine ed amato sacerdote che le si prostra, le inonda [pg!167] il piè divino di baci e di lagrime, e le riflette nella sua l'adorazione di una moltitudine che il suo sguardo trapela fra mezzo una nube d'incenso. I desiderii s'innalzano a lei, soavi odori di mirra eletta, e la inebbriano; ogni sguardo di quegli occhi peritosi ma ardenti, ogni tocco di quelle mani paurose ma dardeggianti elettriche scintille, dice a lei che è la divina delle donne, che nessun'altra al mondo è amata, adorata, venerata al pari di lei. Ardono i ceri tutt'intorno; l'incenso sale in fumanti spire fino alla volta del sacrario; le canne di un organo invisibile sciolgono celesti armonie; come potrebb'ella ravvisarsi angiolo caduto, in quell'oceano di splendori, di fragranze e di suoni?

Nè manco felice, nè manco inebbriato è il sacerdote. Ogni parola che esca dalle labbra della dea, è una musica ineffabile; ogni sguardo che si posi su di lui, è un raggio di luce; l'alito che scende a carezzargli la fronte, è un'aura di paradiso; da tutta quella persona, dai veli che l'adornano, dall'aria stessa che la circonda, si svolge un incognito indistinto di mille odori, una soavità di promesse, una novità di arcane attrazioni, che fanno raggiar gli occhi, precipitare il sangue, sprigionarsi tutte quante le forze dell'esistenza e sciogliersi dintorno a lei in un palpito di solenne agonia.

Ore dolci, ore divine di un colloquio che nulla turba, nè sguardo importuno, nè minaccioso rumore di passi vicini! Ore in cui l'anima, sciolta d'ogni sospetto, si espande rigogliosa e distende i rami flessuosi, all'ombra de' quali due vite confidenti riposano! È sonno o veglia? È vita o visione? E quei nonnulla che labbro mormora a labbro, che l'orecchio [pg!168] non ode e che la bocca respira! E il bacio traditore che improvviso scocca e confonde le due esistenze!...

Angioli del domestico lare, celatevi il volto!...

Giunse l'alba, e con l'alba un gran dolore nell'anima del felice. Sollevandosi per condurre la donna a respirare la fragranza del nascente mattino, vide la faccia sua riflessa nella spera metallica che pendeva dalla parete. E' ricordò per quale inganno fosse penetrato lassù, e qual virtù vendicatrice in lui fosse.

Il volto del felice garzone non era ancora quello di Ugo, ma non era già più quello di Fiordaliso.

E allora gli scese nel cuore una immensa pietà per quella donna, che perduta pendeva dal suo braccio. Sentì quel cuore palpitare di rincontro al suo braccio. Quella bocca, che egli aveva divorata coi suoi baci, sospesa al suo omero, ripeteva ancora sommessamente: ti amo!

— La ucciderò io, discoprendomi a lei? Ugo di Roccamàla, giustiziero di uomini, fulminerà il suo sdegno contro una donna? contro questa creatura così fragile, ma pur così bella? —

E mentalmente chiese una grazia ad Aporèma.