[CAPITOLO XVII.]
Come il conte Ugo ragionasse della sua felicità senza pari.
La sera del 29 novembre, sesto anniversario dello arrivo del romèo alla mensa di Ugo il felice, era giunta.
Il cielo buio incombeva come una cappa di piombo sui bastioni di Roccamàla. Il tuono brontolava nell'aria; spessi lampi solcavano quell'ammasso di negri vapori; la tempesta era vicina.
Nella torre del Negromante nulla era mutato. Lo stipo dalla fascia di ferro, il letto dalle nere colonne, il seggiolone di velluto dalle borchie dorate, ogni cosa, insomma, era al suo posto consueto.
Senonchè, cosa inusitata e non più vista da sei anni, nella triste camera la lucerna era accesa, e nel seggiolone di velluto era assiso, o, a dire più veramente, sprofondato, un giovine pensieroso.
Giovine! Tale almeno appariva dalla snellezza delle membra e dal lampo degli occhi. Ma i capegli erano imbiancati da un verno precoce; ma un fascio di rughe gli solcava il mezzo della fronte, mostrando sopracciglio raccostato a sopracciglio per effetto di interna convulsione; il suo viso pallido e smunto era d'uomo pur mo' uscito dalla tomba, anzichè vissuto nel consorzio dei suoi simili.
E bello cionondimeno era quel viso; bello per la severa nobiltà dei contorni, bello per l'aria di profonda [pg!171] inconsolabile tristezza onde era come velato, bello per il raggio della mente che traluceva dagli occhi, e tutt'intorno appariva giustamente diffuso.
Il labbro inferiore proteso in atteggiamento d'infinita amarezza, i pugni stretti sui bracciuoli della scranna, gli occhi fisi in un punto ignoto, egli pensava. Ed ecco i suoi pensieri quali erano:
«Nessuno è felice quaggiù.