«Ah, povero spirito, che cerchi? Ecco, io non so ancora quel che io mi sia, e già chieggo quel che sarò!
«Intanto, io soffro; intanto io sto per morire. La fede, questa fallace compagna della vita, mi ha preceduto nell'abisso. Credevo, ed ho veduto.... ho veduto! E avventurato ancora tra gli altri, i quali vivono nell'inganno, stolti! e non ardiscono guardare più oltre, simili al fanciullo che in una notte tempestosa [pg!174] si rimpiatta sotto le coltri, per non iscorgere il bagliore dei lampi!
«L'esperimento ha trascorso i confini segnati alla umana natura. È un male? Forse. Noi siamo dannati all'apparenza delle cose. Ma perchè si svegliò in me questa sete di verità? Perchè, sire Iddio, m'avete indotto in tentazione, per modo che io volessi scrutare i cuori e le reni di coloro che io proseguiva della mia amicizia, del mio amore e dei miei benefizi? Ecco ora, li ho conosciuti alla prova; erano fragili e tristi. E poi? Sono forte io? sono migliore? Altro mistero! Mistero! sempre mistero!...
«Aporèma, che ne sai tu?...» —
— Nulla! — rispose una voce, che, quantunque invocata, fe' trasaltare Ugo di Roccamàla.
E dopo quella parola, insieme con la luce di un lampo e col fragor d'un tuono, comparve nella camera del Negromante il fido Aporèma, non sotto la forma del romèo, nè di Rambaldo di Verrùa, nè di frate Gualdo, sibbene sotto quella splendidissima, abbagliante, dell'arcangelo fulminato nei cieli.
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[CAPITOLO XVIII.]
Nel quale è dimostrato che il diavolo non è così brutto come lo si dipinge.
— Anzitutto, diss'egli, — tu non mi chiamerai più con questo misero nome di Aporèma.