— E perchè? — dimandò conte Ugo.
— Perchè così sogliono chiamarmi i profani. Aporèma (sive dubium, direbbe un commentatore) è nome mondano, che mi serve per viaggiare incognito. Il vecchio di lassù me lo ha imposto, dopo una certa puntaglia che abbiamo avuto a sostenere tra noi, e nella quale egli, in cambio di buone ragioni, m'ha risposto saette. Il nome che piace a me, che ho avuto da principio, e che riavrò un giorno per fermo, è quello di Helel.
— Helel! Non significa dubbio?
— No, significa luce, apportatore di luce.
— Ah, invero, tu l'hai portata, la luce! — esclamò conte Ugo. — Lo sperimento è stato fatto, ed hai vinto.
— Ed ora tu maledici al mondo?
— Perchè lo conosco, e posso ripetere oramai con re Salomone: vanità delle vanità, ed ogni cosa è vanità.
— Or bene, segui l'esempio di Salomone, vivi e sorridi; ammetti ogni cosa e non credere a nulla; godi di sapere, e di comandare agli elementi; disprezza [pg!176] gli uomini e adoprali a procacciarti quel che ti giova; non metter tua fede nell'amor di una donna ed amane mille.
— Vivere pel senso? Affè, non mi garba! — rispose Ugo, crollando la testa. — C'è la sazietà in fondo alla coppa di tal piacere a cui la voluttà dell'anima non conferisca il suo pregio. Sapere che una cappa è sconcia, e seguitare ad indossarla; passeggiare nel fango e inzaccherarmi i calzari.... nauseabonda esistenza! Odimi; o che io non sono più saldamente convinto del re sapiente, o ch'io non son così forte da reggere al paragone; in ogni modo non vo' durarla com'egli. —
Ciò detto, conte Ugo si sprofondò vie più nella gran seggiola di velluto e vi rimase taciturno, col mento sul petto e gli occhi a terra.