— Helel, — diss'egli — io non ti riconosco più. Sei tu, lo spirito familiare di Roccamàla, tu lo scongiurato dal vescovo Gualberto, che mi parli in tal guisa e ricusi l'anima mia?
— Io, sì, io! — rispose lo spirito della luce. — M'hanno calunniato, e tu ora, tu, animo forte, aggiusti fede alle panzane del volgo. Vedi, m'hanno messo in voce di nimico dell'uomo, e non è punto vero. Sbalestrato nel mondo, confesso di averlo amato da principio assai poco; ma la necessità e la consuetudine m'hanno mutato per modo, che io mi sono avvezzo a questa dimora e l'amo come si finisce mai sempre ad amare una terra d'esilio. Gli uomini erano ciechi; io mi son fitto in capo di restituir loro la potenza visiva e di insegnar loro a leggere nel gran libro della vita. Ho gittato dapprima, e per molti sèguito a gittare la semente in un gramo terreno. Dò loro la scienza del bene e del male; che fanno eglino, i tristanzuoli? S'appigliano al male. Taluno m'intende; la più parte, o mi fuggono, o venendo con me, mi passano il segno. Hanno sempre passioni che la mia scienza accarezza, raramente virtù che ella fortifichi. Laonde io mi sono già fatto parecchie volte a pensare se non sia per avventura miglior consiglio, ed uso migliore del mio tempo, lasciarli in balìa di sè medesimi e non darmi pensiero che di alcune schiatte più nobili, di alcuni spiriti eletti, i quali, per le tarde ma sicure vie del progresso, conducano al meglio l'umanità bambina, e me vadano facendo migliore del pari. Ti sa di strano? Orbene, sappilo, la mia virtù spirituale si accresce, col crescere, [pg!180] col progredire degli uomini. Per tal guisa, Helel fu un tempo lo spirito malvagio, lo spirito che turba; fu poscia lo spirito dubitatore, lo spirito che indaga, e non andrà molto ch'egli diventi, non pure per pochi, ma per la umanità tutta quanta, lo spirito della luce, lo spirito che consola.
— Che dici tu mai? — interruppe Ugo. — Anche tu segui la legge dell'uomo?
— Sì certamente. Non sono io disceso? Posso adunque risalire. Per le donnicciuole e pe' monaci ignoranti, sono sempre quel desso, Satana, l'avversario, il tentatore. Pei violenti, pei tristi, sono il compiacente consigliero, la chiave del male. Ma è colpa mia, se uno strumento di bene anco al male si adopera? I venturi ne vedranno di belle! Vedranno, verbigrazia, le armi forbite e scintillanti del progresso impugnate dalla rugginosa manopola della tirannide. Ma la contraddizione non sarà che apparente. L'arma gioverà a lei, ma l'elsa fatata corroderà la manopola e brucierà la mano che l'avrà impugnata. Il bene vince il male; la vittoria è dei meno. Ugo di Roccamàla, io ho amata la tua schiatta, amo te senza fine; vuoi tu essere uno di costoro? Egli c'è molto da operare ai dì nostri. Il nuovo Olimpo e il nuovo Tartaro sono già anch'essi tarlati: l'edifizio minaccia rovina. Sì, figliuol mio,
Tempo verrà che il grande iliaco regno
E Priamo e tutta la sua gente cada!
Non vedi? già il vecchio sire ha spartito col figlio, e chi sa che non abbia anco a venire il nipote? Anche il diavolo, brutta copia del Pane dei campi, lascierà dietro una siepe le corna e le unghie caprine, per [pg!181] ridiventare il gran Pane, quegli che fu gridato morto dalla voce misteriosa sulle acque del Tirreno. Oggi, io Satana, io Aporèma, non sono che un concetto di questa età: ma cangerò, mi trasformerò senza morire; morrà in cambio questa età di violenza, di superstizione; il raggio di poche anime divinatrici muterà la faccia dell'universo. Anco a loro malgrado io farò gli uomini migliori; per la storia dell'errore io filtrerò loro la verità. Mi crederanno la pietra filosofale, la polvere d'oro, l'elisire della vita, ed io insegnerò loro la chimica, che scopre e sommette gli elementi del mondo. Mi chiederanno l'oroscopo, le influenze dei pianeti sulle loro passioni, ed io insegnerò loro l'astronomia, che descrive a fondo tutto l'universo. Il favoleggiato prete Janni, la sognata Antilla e l'inganno ottico dell'Isola di San Brandano, scopriranno un nuovo mondo, e la sete dell'oro sfrutterà la scoperta. Intanto, io l'ho già fatta vaticinare da Seneca. Ai monaci poi ed ai tormentatori della coscienza io serbo tal cosa che li manderà a rotoli, la stampa, che toglierà dalle loro mani il traffico del libro, e il privilegio di tenere sospeso lo spegnitoio sul lucignolo della ragione. Altro ed altro farò, che il narrarti partitamente troppo mi menerebbe ora a dilungo. Io t'amo, Ugo di Roccamàla, perchè tu sei forte e gentil cavaliero; perchè mi hai guardato in volto senza tremare; perchè mi hai profferto l'anima tua. Ma che ne farebbe il vecchio diavolo, di questa, dato e non concesso che sia un'eredità sicura oltre i confini della vita, e un patrimonio di cui si possa far donazione inter vivos? Helel ha mestieri di uomini in questo mondo, non d'anime ignude e disutili nei regni della morte. Suvvia, [pg!182] poichè un doloroso esperimento t'ha sollevato sopra le illusioni della vita, vuoi tu essere un gigante? Vuoi tu adombrare in un Novum organon il progresso d'altri tempi? Vuoi tu esser un martire di nuovi concetti? lo scopritore di una forza che faccia sparir le distanze, o che faccia volare il pensiero? il campione di un popolo? Bacone, Giordano Bruno, Galileo, Washington, Bolivar, Garibaldi? Scegli e cominciamo fin d'ora! —
Ugo era rimasto attonito, trasognato, all'udire quel discorso di Helel, al veder quasi grado a grado dipingersi, rilevarsi, illuminarsi sotto le prodigiose parole la trasfigurazione dello spirito dannato; e già gli pareva d'esser preso per mano e condotto via con un rapido volo verso gli splendori lontani d'uno sterminato orizzonte. Il silenzio di Helel lo ricondusse in sé medesimo; stette alquanto meditabondo; poi con mestissimo accento rispose:
— Tu mi fai scorgere invano le meraviglie dei secoli venturi. Io non sono un forte come tu pensi; sono un povero guerriero trafitto nella prima mischia della vita; non ho la virtù che in me vedi, troppo amorevole consigliere, e se pure l'avessi, ad altro vorrei adoperarla. Vedi, tutta la possanza che tu mi profferisci, tutta la gloria del martirio, tutta la voluttà del trionfo, tutto io darei ora, pel solo, per l'umile, pel ristretto potere di far salva una donna!...
— Cotesto non è in mia balìa, te lo dissi.
— Orbene, io vo' morire.