Torniamo, se non disgrada ai lettori, un passo indietro, e dalla torre del Negromante rechiamoci nella gran sala del castello.

Qual mutamento! La sala di giustizia, sala severa, dalle cui pareti pendevano i pennoncelli dei Roccamàla, i loro stemmi e quelli delle famiglie ad essi congiunte per vincoli di parentado, dove si ammiravano le armi dei valorosi antenati, dalla corazza di Ugo il negromante fino alla spada di Ruberto il taciturno, era diventata una cantina, e delle peggio ordinate, per giunta. Idrie, guastade, anfore d'ogni forma e d'ogni misura, occupavano i ripiani degli armadii spalancati, le lastre dei canterani, l'ammattonato del pavimento. Una botte, colà recata per maggiore comodità, faceva bella mostra di sè in un cantuccio, con la sua spina pronta a spillare i liquidi topazii di Cipro. Un'altra botte stava seduta nel mezzo sulla scranna feudale; ed era fra Gualdo, il sozio fedele del conte Anacleto Benedicite, tondo come l'O di Giotto, vera effigie di Sileno in tonaca da cisterciense.

Fra Gualdo era il vero padrone di Roccamàla. Egli aveva piantato, come suol dirsi, la labarda nel castello, nè s'era più mosso di lassù, dopo la malattia dell'amico, il quale era tocco nel nomine patris e non c'era verso di fargli ricuperare la ragione smarrita.

[pg!185] Il vecchio strozziere soleva alzarsi per tempo, innanzi l'aurora, e, memore del suo primo mestiere, andava a curare i falconi, con grandissima consolazione del nuovo falconiere, il quale poteva dormir della grossa. Questa era l'unica ora del giorno che mastro Benedicite, non ricordandosi d'altro, potesse parer sano di mente. Tornato di là, egli impazziva da capo; non faceva che ridere mostrando i denti, come un melenso; stava le intiere giornate seduto, o ritto in piedi nella strombatura d'una finestra, con le mani raccolte sul petto, e le dita intrecciate, facendosi girare i pollici l'uno intorno all'altro, e non si smuovendo da quel suo lavoro, se non per tracannare le ciòtole di vino che gli ministrava l'amico.

Il nipote Anselmo da parecchio tempo non dimorava più a Roccamàla. Desideroso di spendere utilmente la vita, egli s'era dato al mestiero delle armi, e militava sulle galere della repubblica genovese capitanate da Enrico di Mare. Mastro Benedicite non avea dunque più altri che il monaco, e questi lo curava a modo suo, tanto più volontieri, in quanto che beveva egli pure le medesime pozioni.

Talfiata il pazzo ci aveva i suoi lucidi intervalli. E allora vedeva conte Ugo, vedeva il demonio; aveva paura di frate Gualdo, che gli pareva lungo lungo, e gridava come un ossesso, chiedeva mercè e cadeva spossato sul pavimento. Altre volte aspettava il cavaliero di Lamagna; comandava che fossero messe in pronto le stanze migliori del castello per accogliere degnamente il nuovo signore; borbottava di mali consigli del monaco, di testamento falso, ed altre cose simiglianti, che faceano correre i brividi per l'adipe a fra Gualdo e gli mettevano le ali a' piedi per andare [pg!186] alla botte, spillarne una coppa e darla a bere al disgraziato castellano.

Bibe, fili mi, — diceva egli, — In vino veritas, e non dirai più sciocchezze.

Vade retro, Satana! vade retro! — urlava sovente Benedicite, respingendo il ventre del cisterciense e facendogli rovesciare il vino sulla tonaca.

Quella povera tonaca era proprio inzuppata degli umori di Bacco, e tra pel vino e pel grasso delle vivande che ogni giorno le sgocciolava su, s'era coperta di frittelle. A cagione delle quali, e degli occhi sempre luccicanti come carbonchi, e del naso bitorzoluto che appariva sempre rosso come un peperone maturo, i famigli, già rotti allo spropositare latino, solevano chiamarlo col nome di Pater Vinosus; nè egli mostrava adirarsene.

D'altra parte, il corruccio non gli sarebbe tornato a vantaggio; che anzi!... Avete a sapere che frate Gualdo, di giorno, alla luce del sole, ci aveva un cuor di leone, ma alla sera, e segnatamente a notte inoltrata, diventava un coniglio. Però suonata l'avemmaria, incominciava a bere per quattro; chiamava al simposio i famigli; li teneva a bada con cento chiacchere e con versate continue; poi, quando fosse ben cotto, era portato di peso nella sua stanza e issato a gran forza di braccia nel letto. Nè permetteva che lo lasciassero subito; voleva che stessero un tratto in preghiera con lui, alternando le sorsate co' paternostri, e finalmente si addormentava, dicendo loro: