— Vigilate et orate, ut non intretis in tentationem!
Cotesto farà intendere ai lettori che paura s'avesse in corpo fra Gualdo la sera del 29 novembre. La tempesta [pg!187] s'era proprio tutta addensata su Roccamàla. Per le ampie finestre era un lampeggiare continuo; il tuono assordava; e' pareva l'inferno scatenato, alla distruzione del castello.
Il pazzo stava immobile accanto ad una finestra e sembrava non addarsi di nulla, nè della tempesta che incalzava di fuori, nè del tramestìo di allegrezza e di spavento che regnava dentro la sala.
Lo spavento era del monaco, che biascicava testi latini ad ogni guizzo di lampo; l'allegrezza era dei famigli, che cioncavano alla sua salute e gli davano la baia.
— Reverendissimo pater Vinosus, o perchè non bevete? — gridava il capo degli arcieri, che i nostri lettori rammenteranno ancora, per un certo suo dialogo con mastro Benedicite sul principio di questa storia. — Vinum bonum laetificat cor hominis.
— Ah sì! egli c'è altro da pensare in questi momenti — rispondeva il monaco. — Pregare bisogna, pregare che Domineddio ci abbia in custodia. Siete eretici, voi altri?
— Che dimanda, pater Vinosus! — entrò a dire un altro della brigata. Noi siamo tutti credenti; non è egli vero, Guercio?
— Sicuro! — rispose quegli ch'era stato chiamato in causa con quel nome e che ben lo meritava, a cagione di un occhio assente. — Io sono credente come il patriarca Noè, buon'anima sua. Nel buon vino ho fede, e credo che sia salvo chi ci crede.
— Optime! optime! come dice il nostro fra Gualdo, quando è di buon umore.
— A proposito! — soggiunse un altro. — Fra Gualdo, quando è di buon umore, ci canta un certo salmo....