[pg!188] — Ah sì, un inno della Chiesa! Io lo so per filo e per segno, e se vi garba....

— Figliuoli! figliuoli! — interruppe fra Gualdo, che stava come rannicchiato nel mezzo. — Non mettete in tavola le marachelle di un povero peccatore, il quale ora ne domanda perdonanza a Dio. Pregate, pregate per voi e per lui! Ah! Domine salvum fac servum tuum!

Le interiezioni e il testo latino del monaco erano cagionati da uno scroscio di folgore, che, a giudicarne dalla simultaneità del lampo e del tuono, doveva aver dato lì presso, sull'erta della rocca. Il pauroso s'era fatto bianco nel volto come un cencio lavato; le sue mani avevano esclusivamente afferrato uno dei famigli che gli stava vicino.

— Coraggio, pater Vinosus, coraggio! Gli è nulla.... un tuono più asciutto degli altri.... Suvvia, bevete questo cordiale, che vi rimetterà un po' di sangue nelle vene.

— Sì, figli miei, forse avete ragione; date qua!

— Oh! così va bene. E adesso mandate giù quest'altro; repetita.... repetita.... O come dite voi che non me ne ricordo più?

Repetita juvant, — soggiunse il monaco. — Sì, veramente, io penso che mi faccia bene.

— Bevete dunque, e state di buon animo!

Rinfrancato da quelle chiacchiere e dal vin di Cipro, fra Gualdo incominciava a respirare. La tempesta di fuori pareva anche rimettere un tratto della sua furia. L'allegrezza della brigata cresceva, e il nostro pauroso frate non si scandolezzò punto, quando il capo degli arcieri intuonò l'inno che egli aveva insegnato.

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