In quella che era per finire, un suono fievole gli venne udito dalle camere vicine. Aperse l'uscio, entrò con passo deliberato, e come fu giunto fino alla camera di Fiordaliso, sorrise, vedendo il biondo paggio che dormiva supino sul suo letticciuolo e sognava.

— Ah! — diss'egli. — Era Fiordaliso! Il mio paggio va seguendo adesso qualche ventura amorosa: medita una cobla, o una serventese, per qualche beltà borghigiana. —

Ha le parole che uscivano rotte e confuse dalle labbra dell'adolescente non erano di amore. Pallido, ansante, e cogli occhi mezzo aperti, egli andava dicendo:

— Messere... Benedicite avea pur ragione di temere di voi... Una ballata migliore a gran pezza della mia.... Sì, certo.... Bel vanto, vincere un giovinetto inesperto, voi vecchio maestro d'ogni scienza... voi Aporèma in persona... —

— Aporèma! — esclamò il conte Ugo. — Aporèma, lo spirito del male!... Sarebbe egli vero?... —

Si avanzò per destare il paggio, ma tosto mutando pensiero si rattenne, e rientrato nella sua camera, tornò sul verone. La luce rossiccia appariva sempre [pg!59] dalla torre del Negromante, e in quello sprazzo di luce appariva sempre quella lunga figura umana. Conte Ugo tese l'orecchio, e tra gli ululati del vento gli parve di udire il riso stridulo e beffardo del pellegrino.

Prese allora una determinazione; messe la mano sull'elsa della spada; tastò la guaina del pugnale, come per sincerarsi che non gli mancavano le armi, ed uscì speditamente dalle sue camere.

La sala era deserta, fredda e presso che buia. Solo un famiglio dormiva sdraiato su d'una panca; una fioca lucerna strideva in un cantuccio. Ugo la tolse, e di tal guisa si rischiarò la via per un lungo corridoio che ripercuoteva cupamente il suono dei suoi passi, e in capo al quale era una porta ferrata.

Quella porta metteva alla torre del Negromante. Conte Ugo si fermò un tratto, depose la lucerna a terra e stette ad udire. Nessun rumore veniva di là entro. Scosse il capo, come per cacciare da sè l'ultimo avanzo di paura, e stese la mano per picchiare alla porta.

Ma innanzi che egli avesse poste le nocche sulla lastra di ferro, la porta girò sui cardini, e il pellegrino si affacciò nel vano, per dirgli col suo consueto piglio tra umile e beffardo: