A questa speciosa argomentazione il conte Ugo non seppe come rispondere, e si voltò in quella vece a muovergli un'altra dimanda:
— E come hai tu saputo che io venissi da te, poichè hai aperto quest'uscio?
— Voi dimenticate i vostri piedi, messer lo conte — rispose il pellegrino sul medesimo metro — e dimenticate eziandio gli echi del vostro corridoio.
— Sia pure; ma qual è questa ospitalità che tu hai detto di volermi rendere? Per che modo puoi tu dire d'esser qui in casa tua?
— Voi volete saper troppo, messer lo conte! — disse ridendo il pellegrino.
Il conte Ugo, che non era punto ingannato da quell'infinto candore del suo ospite, si lasciò cadere su d'un seggiolone, e fissando in volto il pellegrino, proseguì il discorso in tal guisa:
[pg!62] — Sì, v'hanno di molte cose ch'io vorrei sapere. Molto hai detto, e assai più m'hai lasciato nel dubbio. Tu sei dotto, romèo, e la tua scienza, sebbene non sia gaia, mi tira ad udirti. Parla dunque; non t'infingere con me, non ti schermire dalle mie dimande; dissipa i dubbi che hai fatti nascere nell'anima mia!
— La mia scienza, messere, si restringe in poche massime; — rispose dopo una breve sosta il romèo; — ma non ogni stomaco è fatto per digerire un tal cibo. Ora, sarete voi così forte, da potermi udire senza corruccio?
— Parla, parla, nè ti dar pensiero di ciò. Vedi, pellegrino, io non so chi tu sia, ma credo di avere indovinato l'esser tuo....
— Da senno?