— Chi sei tu? — disse Ugo.

— Una parte dell'anima tua, che stava appiattata, e balza fuori di presente, al lampo di una prima tempesta.

— Uno spirito malvagio! — soggiunse Ugo, in quella che ricadeva sul suo seggiolone, e, appuntellato il gomito sul bracciuolo, il mento nella palma della mano, si disponeva ad una lunga meditazione.

— Malvagio! — ripetè il cavaliere dal rosso mantello. — Come ti aggrada. Ma considera un tratto; voglio io forse acciuffarti e trascinarti con me nel vano di quella finestra? Poveri uomini! ve n'hanno pur date a bere, questi calunniatori di Aporèma! Vedi, Ugo di Roccamàla; io vo' dare a te la scienza, quella che i nostri santi padri si tennero gelosamente per sè, bandendo la croce addosso a questo povero spirito che ti parla, e non ha altro intento fuor quello di far uomini, uomini veri, questo branco di creature [pg!67] bipedi e pecorine. Sono Aporèma; ti spaventa per avventura cotesto? Mutami il nome; sono il dubbio della tua mente, sono lo studio, sono la scienza del bene e del male.

— Tu sei — disse Ugo — colui che ha perduto Eva, la madre degli uomini.

— Ah ah!... storielle! — rispose Aporèma. — Lo scrittore della Genesi mi ha attribuito questa parte nelle sue invenzioni; ma io non me ne ricordo punto. Bene ho conosciuta la vostra prima madre, messeri; ma costei non meritava che il diavolo si scomodasse per lei, o le insegnasse la strada degli alberi fruttiferi. Era piccina, panciuta, vellosa, stretta la fronte, e i primi ciuffi di capegli nascenti sull'orlo delle sopracciglia; la faccia ringhiosa; le braccia lunghe e scarne, i pugni grossi, i piedi adunchi; talfiata si lasciava ire ad istinti non bene ancora sopiti nella sua nuova natura e andava saltabellando su quattro piante, la qual cosa non la illeggiadriva di certo; in quanto al pomo, di cui s'è tanto chiacchierato, essa era donna da arrampicarsi bravamente sui rami e spiccarlo, giusta il costume di tanti altri digitigradi. Ma lasciamola li; se s'ha da intendere quella storiella pel suo verso, cavarne il senso vero dal mito, se infine si vuol dire che ci ho avuto mano a dirozzare la creatura, gli è vero e me ne glorio, imperocchè a me solo, e non altrui, l'uomo è debitore di quel tanto che può e di quel tanto che sa. Ho detto. —

E fatte queste parole, Aporèma spiccò leggiadramente un salto e andò a sedersi, con le gambe penzoloni in aria, sullo stipo ferrato che era di costa alla parete.

— Aporèma, — disse Ugo, dopo aver meditato un [pg!68] tratto sulle parole dell'interlocutore, — puoi tu darmi la certa conoscenza delle cose?

— Anzitutto dimmi di quali, e ti risponderò.

— Che cosa rimane di noi, dopo la tomba?