— Ah! quivi è il nodo, e non si va più innanzi.

— Perchè?

— Non saprei dirtelo. Gli è un gran mistero, un arcano di Stato, e il vecchio di lassù lo custodisce così segretamente, che metto pegno non l'abbia detto nemmanco a suo figlio. Se avessi a metter qui una mia congettura.... Ma a che pro'? Tu chiedi scienza e non ti giovan le ipotesi. Ti basti dunque sapere che il segreto è sotto chiave ed io non ho trovato grimaldelli che girassero in quella toppa. Imperocchè tu devi considerare che la mia possanza è ristretta in certi confini; che io non sono eterno, quantunque sia immortale....

— O come? — sclamò Ugo trasognato.

— Sottigliezze teologiche; non ci badar più che tanto — rispose Aporèma. — Cotesto vuol dire che io son nato con l'uomo, non so se prima o dopo, ma a un dipresso nella stessa olimpiade.

— E che puoi tu dunque per me?

— Mostrarti il presente, quello che non esce dai sensi.

— Gran mercè! Questo io lo vedo con gli occhi miei, senza mestieri di aiuto.

— No, i tuoi occhi s'ingannano, i cinque sensi sono una congiura ordita di continuo contro di te, un laccio teso alla tua carne, un trabocchello preparato sotto i tuoi passi.

— E potrò io spogliarmi di questa mala compagnia [pg!69] di traditori? potrò io gettarli lungi da me, come fa della scoglia il serpente?