E preso l'anello dalle mani di Aporèma, fe' per accostarlo alle labbra. Ma questi non gliene lasciò il tempo, ed afferratogli il braccio per ripigliarsi l'anello, gli disse rabbonito:
— Sta bene, flgliuol mio! Tu sei un prode cavaliere, ed io ben voglio che tu beva il liquore della scienza. Ma cortesia per cortesia; noblesse oblige, come dicono i cavalieri di Francia e Navarra. Tu hai a leggere, innanzi di bere, una pergamena che si conserva in questo stipo ferrato.
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[CAPITOLO VII.]
Dove si legge del patto che il vescovo Gualberto aveva fermato col diavolo.
Così dicendo, Aporèma si accostò allo stipo, da cui era già disceso, innanzi la minaccia di andarsene via dal castello, e toccata leggermente una delle cento borchie ond'era fregiata l'esterna fasciatura dell'armadio, fe' scattare una molla. A quel colpo, una sbarra orizzontale, che parea semplice ornamento dello stipo, si mosse, e per la fessura che lasciò scoverta, Aporèma ficcò destramente le dita, facendone balzar fuori un libro grande e sottile, dalle carte di cuoio lavorato a rilievo.
— Ah! — sclamò conte Ugo. — Il libro nero non era dunque una favola?
— No; la leggenda diceva il vero; — rispose Aporèma — eccolo, il libro che i tuoi maggiori hanno sempre vanamente cercato. Apri il fermaglio di ottone; vedi la pergamena, com'è intatta e pulita! —
Ugo afferrò il libro, e corse al lume della lucerna per leggere. Sulle prime gli occhi abbacinati non distinsero nulla in quella fitta scrittura, le cui parole erano la più parte abbreviate, giusta il costume del tempo; ma a poco a poco, chetandosi lo spirito confuso, e avvezzandosi gli occhi allo scritto, incominciò a cogliere il senso di quello scarabocchio. Ora ecco ciò che egli lesse:
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