In nomine Domini, amen.

In hac die novembris XXIX, anno a nativitate Domini MCLXIII, ego Gualbertus episcopus veni ad hanc turrim quae dicitur nigromantis in Arce mala et diabolum adjuravi qui eam inhabitat. Et mihi respondit ille, se dæmonem, famulunque comitis Hugonis de Arce mala fuisse, et sibi nomen Aporèma. Addidit se nunquam castrum hoc deserere voluisse, juramenti caussa, quod fecerat prædicto comiti Hugoni, dum ille vivebat, se sobolem ejus assidue protecturum. Et iterum adjurans eum efficacibus scripturae verbis, mihi etiam respondit se libenter discessurum esse et hoc sine perfidia facere posse, dummodo redire posset quotiescumque aliquis praedicti Hugonis nepos felix aut aliter in re sua beatus haberetur; nam sibi nomen antea Lucifer, ideo lucem ferendi officium sibi, cui numquam deesse poterit per tempora. Quid lateat sub hac conditione haud mihi clarum est, et hoc tantum obtinui et huic foederi accedere debeam. Deus mihi adsit et comitibus de Arce mala, ne quid detrimenti ex hoc nobis adveniat.

† Gualbertus

Aporèma.

— Intendi tu dunque? — disse Aporèma, facendosi cortesemente a volgarizzargli il latino del vescovo Gualberto. — «Al nome di Dio, amen! In questo dì 29 novembre dell'anno 1163 dalla fruttifera incarnazione, io Gualberto vescovo son venuto nella torre che è detta del negromante, in Roccamàla, ed ho scongiurato il demonio che l'abita. Egli mi [pg!74] ha risposto essere stato lo spirito familiare del conte Ugo di Roccamàla e aver nome Aporèma, aggiungendo non aver mai voluto lasciare il castello a cagione di sacramento fatto al predetto conte Ugo, in suo vivente, che mai sempre avrebbe protetta la sua stirpe. E da capo scongiuratolo, con le efficaci parole della Scrittura, mi ha risposto eziandio non aver egli difficoltà a partirsene, e poter anzi ciò fare senza mancamento alla data fede, purchè potesse tornarvi quantunque volte fosse un discendente del conte Ugo che nella comune estimazione si tenesse felice, od altrimenti nelle sue faccende beato; imperocchè il suo primo nome era Lucifero, epperò l'ufficio suo era di portar luce, e a cotesto suo debito e' non avrebbe mai potuto fallire. Che cosa si nasconda sotto questa condizione m'è oscuro, ma ciò solo ho ottenuto, e dovrò contentarmene. Iddio protegga me e i conti di Roccamàla, che non ce n'abbia a derivare alcun danno.» Tu vedi, c'è il nome del vescovo accompagnato dalla croce e scritto d'inchiostro nero, e c'è quest'altro sgorbio che vuol dire Aporèma, fatto con inchiostro rosso, giusta la mia consuetudine.

— Ma che vuol dir ciò? — chiese Ugo ammirato. — Che fine riposto è egli questo tuo, che il vescovo Gualberto non ha potuto penetrare?

— Ah, si! — disse ridendo Aporèma. — Il sant'uomo non sapeva capacitarsi di quel mio disegno, che egli anzi non si peritò di chiamare stramberia. E' giunse perfino a dirmi che quella condizione tornava tutta a mio danno, dappoichè veramente sulla terra nessuno era avventurato, e la felicità risiedeva soltanto nella città di Dio, nella Gerusalemme celeste, [pg!75] ed altre storielle di quella fatta. Ma, comunque e' rigirasse i periodi, non gli venne fatto cavarmi il segreto di corpo. — Tanto peggio per me, vescovo Gualberto! — gli dissi; — tanto peggio per me se non potrò più tornare; intanto scrivi il patto sulla tua pergamena, e ti basti sapere che io manterrò la promessa.

— E tu mi rispondi ora — soggiunse Ugo — come hai risposto al vescovo Gualberto!...

— No, in fede mia, — rispose Aporèma; — e vo' dirti ogni cosa, sebbene con quella riserbatezza che si addice a così scabroso argomento. Sappi che il tuo antenato era un uomo felice, poichè tale si credea veramente. La sorte aveva arriso alle sue armi: il suo valore lo avea fatto padrone di assai più terra che a te non ne sia rimasta in dominio; Roccamàla era il lieto ritrovo di nobilissimi baroni che a lui facevano corteggio e alla bionda Gerberga, la figliuola del marchese di Monferrato che gli era stata data in isposa. Come avvenisse, non istarò a dirti per filo e per segno; ma un giorno il conte Ugo dubitò della sua felicità. Giù in fondo al burrone su cui pende questa torre, taluno andò a sfracellarsi la cervice; ma nulla parve mutato nelle consuetudini del castello. Soltanto, fu detto di un barone Anselmo di Leuca, che egli fosse andato pellegrino in Terra Santa, e di questo barone Anselmo più non si ebbe novella, e nessun ciglio parve aggrottarsi, nessun volto soave arrossire, quando il nome di lui era pronunziato in Roccamàla. Un volto soave incominciò bensì a scolorarsi lentamente, fino a tanto nol racchiuse la tomba qualche anno di poi, e ci fu un magnifico funerale, e i frati del convento vicino venerarono una santa di più. Un'altra [pg!76] fronte andò a mano a mano rannuvolandosi, e non ci fu più verso di spianarne le rughe. Fu in quel torno che Aporèma, il maestro della scienza che non inganna, pose dimora in questa torre; fu egli che chiuse le ciglia all'amico, con la promessa che le avrebbe aperte a qualunque dei suoi discendenti avesse amato di tenerle chiuse alla luce faticosa, ma utile, della verità.

— Anselmo di Leuca!... — sclamò il giovine signore di Roccamàla. — Io dunque....

— No, non temere per la bontà del tuo sangue! — interruppe Aporèma. — I signori di Leuca sono di nobil legnaggio, e Ansaldo, l'amico tuo fedelissimo, può andarne superbo; ma tu sei un Roccamàla davvero, e nelle vene del secondo Ugo scorre qualche goccia di sangue del primo.

— E dov'è egli ora, il mio nobile antenato? — chiese Ugo.

— Nol so, — disse Aporèma; — o, per dirla col vescovo Gualberto, haud mihi clarum est; ma egli ben potrebbe essere qui presso di noi, per vedere com'io gli abbia tenuta la fede. —