— Ah! — sclamò il giovine. — Tu non sei stato a' patti.

— Chi lo dice? Tu devi sapermi grado dello averti tolto il fastidio maggiore, imperocchè oramai gli è [pg!91] un negozio avviato, quello che avremo alle mani. Io del resto ti giuro, in fede d'Aporèma, che il giungere un mese prima alla prova, sarebbe stato un vantaggio per me.

— Gli è ciò che vedremo; — rispose Morello, rannuvolandosi in viso — e se tu dici il vero... —

Così parlando erano giunti all'ingresso del ponte, e la frase del giovine era interrotta dal saluto del conte Corrado, che si faceva incontro a' suoi ospiti.

— Ben venga Morello di Monferrato! — diss'egli, mettendo cortesemente la mano alle redini del destriero. — Ben venga egli e ben vengano gli amici e vassalli suoi nella povera corte di Torrespina.

— Voi dite povera, messere? — soggiunse Morello, in quella che scendeva d'arcioni. — Essa m'ha aspetto di bello e forte arnese, e i gentiluomini che l'abitano hanno fama tra i migliori e i più liberali della Marca Aleramica. —

Con queste parole il vecchio e il giovine signore vennero ad abbracciarsi e baciarsi amorevolmente sulle guance, giusta il costume dei tempi.

— Ora, — ripigliò il conte Corrado, — eccovi, o messere, alcuni amici che la fama di vostra venuta ha tratti fuori dalle loro castella a farvi onoranza; Ansaldo di Leuca, Enrico Corradengo, Ottone di Cosseria, Berlingieri di Camporosso...

— Orrevoli nomi! — rispose Morello, guardando in giro tutti quei cavalieri, a mano a mano che il Torrespina li venìa nominando. — La voce di loro gesta è giunta da buona pezza alla corte di Guglielmo VII, mio glorioso genitore: appo il quale e' saranno i benvenuti, quantunque volte lor piaccia. Ora, eccovi, messer Corrado, gli amici miei; Rambaldo di Verrùa....

[pg!92] — Che già conosco da due ore; — interruppe messer Corrado, inchinandosi.